Ecco come stiamo svendendo l'Italia

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Autore: Angelo Greco

30 marzo 2026

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

Quattromila imprese italiane con soci mediorientali per 415 milioni: Emirati, Qatar e Arabia Saudita entrano nel nostro tessuto produttivo mentre noi guardiamo altrove

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Una quota del 10% di Golden Goose — le sneaker veneziane di lusso che tutto il mondo ci invidia — potrebbe finire nelle mani del Qatar Investment Authority, il fondo sovrano gestito dalla famiglia Al Thani. Non è una notizia isolata. È l’ultimo episodio di una tendenza strutturale che i dati del Registro delle Imprese — elaborati da InfoCamere e aggiornati al 31 dicembre scorso — documentano con precisione: circa quattromila imprese italiane hanno già nella loro compagine sociale soggetti residenti in Paesi del Golfo Persico e del Medio Oriente

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, per un totale di 415 milioni di euro di partecipazioni iscritte a bilancio.

Non si tratta di fenomeno episodico. Come sottolinea Antonio Santocono, presidente di InfoCamere, si tratta di “una presenza non episodica ma strutturata nel nostro sistema economico”. Strutturata, però, nei termini in cui strutturata è la cessione silenziosa di pezzi del made in Italy a capitali stranieri, mentre il sistema-Italia non ha ancora elaborato una strategia coerente per gestire questi flussi.

In questo articolo si analizza il seguente problema: ecco come stiamo svendendo l’Italia. La parola “svendendo” non è una provocazione: è la fotografia di un Paese che riceve capitali stranieri su pezzi pregiati del suo tessuto produttivo senza una regia, senza una policy industriale, spesso senza nemmeno accorgersene.

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Chi ha già comprato: il quadro per Paese

Gli Emirati Arabi Uniti guidano la classifica con il 40,8% del totale del valore contabile delle quote detenute da operatori mediorientali in imprese italiane — circa 170 milioni di euro, distribuiti in 323 aziende. La quota media in mani emiratine è del 34% del capitale. I nomi sono quelli dell’eccellenza italiana: le gru della Raimondi Cranes, storica azienda del made in Italy tecnologico, “che da un paio di anni parla arabo”. Mubadala Development Company — fondo sovrano di Abu Dhabi — detiene una quota da 14,5 milioni nel capitale sociale della Piaggio. Dream Spirits, con sede negli Emirati, controlla la maggioranza della piemontese F.lli Gancia & C.

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Il Qatar è il caso più emblematico di quanto stiamo cedendo in termini di controllo. Con soli 32 aziende italiane partecipate, i qatarioti detengono 83,4 milioni di euro di capitale iscritto a bilancio. La quota media è del 62%. Non comprano pezzetti: comprano il controllo. Non sono soci di minoranza che portano liquidità e lasciano gestire: sono proprietari.

Seguono Israele con 59 milioni in 779 società, il Libano con 42,3 milioni in 558 realtà, l’Arabia Saudita con 22 milioni in 149 imprese e l’Iran con 20,8 milioni in 1.093 aziende. I restanti Paesi dell’area — dal Bahrein al Kuwait — coprono il 4,4% residuo.

Cosa comprano: il manifatturiero è il boccone più appetito

Il manifatturiero assorbe il 44,6% del capitale di imprese italiane detenuto da soggetti mediorientali, con 254 aziende coinvolte e una quota media del 22% per azienda. Seguono i trasporti e la logistica, con partecipazioni per 52,3 milioni — il 12,6% del portafoglio complessivo — e le attività finanziarie e assicurative, con 72 realtà coinvolte.

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Non è un caso che il manifatturiero sia il bersaglio principale. È lì che vive il cuore del made in Italy — moda, alimentare, meccanica, tecnologia di processo. Sono i settori in cui l’Italia ha competenze uniche, costruite in decenni, difficilmente replicabili. Sono anche i settori che, in molti casi, sono patrimonio culturale oltre che produttivo. Cederli a capitali stranieri senza una strategia significa cedere non solo quote azionarie, ma know-how, filiere, reputazione.

“Briciole rispetto a quanto investono nel mondo”

Carlo Altomonte, docente di Politica economica alla Bocconi, mette in prospettiva i numeri: “Guardando le cifre è evidente che si tratta di importi ancora molto contenuti: briciole rispetto a quanto questi Paesi investono nel mondo.”

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È un punto che va sottolineato. I fondi sovrani del Golfo — il Pif saudita, Adia degli Emirati, il Qia del Qatar — gestiscono insieme circa 5.000 miliardi di dollari. I 415 milioni investiti in imprese italiane sono meno dello 0,01% di quella ricchezza. Non è che stiano puntando sull’Italia con particolare convinzione: è che l’Italia è un mercato aperto, con asset pregiati e spesso sottovalutati, che non richiede negoziazioni difficili né competizioni con sistemi-Paese organizzati.

Detto altrimenti: se compriamo facile, ci comprano facile.

Il conflitto in corso e il paradosso che potrebbe accelerare le acquisizioni

La situazione geopolitica nel Golfo — con il conflitto con l’Iran che ha già portato Qatar Energy a dichiarare lo stato di forza maggiore sui contratti di fornitura di gas naturale liquefatto con Italia, Belgio, Corea del Sud e Cina — pone la domanda se i flussi di investimento verso l’estero possano rallentare.

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La risposta di Altomonte è controintuitiva: no, non rallenteranno. E anzi, potrebbero intensificarsi proprio verso l’Italia. “Non ci sarà alcun crollo finanziario dei mercati del Golfo — chiarisce — eventuali perdite legate alla riduzione dei flussi di cassa per la vendita del petrolio verranno compensate dai prezzi più elevati.” I fondi sovrani del Golfo sono stati costruiti esattamente per assorbire shock di questa natura: decenni di accumulazione in vista di momenti difficili.

Il vero effetto del conflitto, secondo Altomonte, sarà sulla credibilità del Golfo come destinazione di investimento locale: “Nei prossimi due anni difficilmente verranno fatti investimenti nel Golfo — per un nuovo solar field o per un nuovo resort turistico. Di conseguenza i minori investimenti locali potrebbero spingere i fondi sovrani a diversificare altrove.”

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Qui si apre il paradosso: proprio mentre il Golfo è sotto pressione, l’Italia potrebbe diventare una destinazione ancora più attrattiva per quei capitali che cercano dove andare. Non perché l’Italia abbia fatto qualcosa di particolarmente brillante per attirarli, ma perché è un mercato aperto con asset pregiati e una governance debole sulla difesa del tessuto produttivo strategico.

Il nodo irrisolto: la mancanza di una strategia

Il problema non è che i capitali stranieri arrivino in Italia. I capitali stranieri che investono in modo produttivo sono una risorsa, non una minaccia. Il problema è che arrivano senza una politica industriale che distingua tra investimenti benvenuti e cessioni di pezzi strategici che meriterebbero tutela o almeno una negoziazione più attenta.

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Altri Paesi hanno strumenti di questo tipo. La Francia ha il meccanismo di controllo degli investimenti esteri nei settori strategici, che consente al governo di condizionare o bloccare acquisizioni in settori sensibili. La Germania ha agito nello stesso senso. Gli Stati Uniti hanno il CFIUS — Committee on Foreign Investment — che esamina ogni acquisizione da parte di capitali stranieri in settori critici.

L’Italia ha il “golden power” — lo strumento che consente al governo di intervenire sulle acquisizioni in settori strategici — ma la sua applicazione è stata finora limitata e non sempre tempestiva. E soprattutto, manca una strategia proattiva che identifichi quali asset del tessuto produttivo italiano meritano una politica di salvaguardia e quali invece possono essere oggetto di investimento straniero senza preoccupazioni.

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Il manifatturiero di eccellenza — sneaker di lusso veneziane, gru tecnologiche, marchi storici della spumantistica piemontese, quote di grandi produttori di mezzi di trasporto — non è solo un’attività economica. È identità nazionale, è patrimonio collettivo costruito in generazioni, è il fondamento del soft power italiano nel mondo. Cederlo a capitali del Golfo al 62% di quota media, senza una discussione pubblica e senza una strategia, è una scelta che avrà conseguenze di lungo periodo che oggi non stiamo nemmeno misurando.

L’opportunità che stiamo sprecando

Altomonte conclude con una proposta che dovrebbe essere al centro del dibattito politico e industriale: “Un’azione proattiva del ‘sistema-Italia’ per semplificare il quadro regolatorio, fiscale e autorizzativo potrebbe trasformare la loro attuale difficoltà di investire ‘in casa’ in opportunità per le nostre imprese.”

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È vero. Ma c’è un modo di fare questa cosa e un modo sbagliato. Il modo giusto è quello di attirare capitali del Golfo in investimenti che creano occupazione, trasferimento tecnologico, apertura di mercati, partnership industriali: capitali che vengono in Italia per costruire qualcosa insieme, non per comprare il controllo di quello che abbiamo già costruito.

Il modo sbagliato è quello che stiamo facendo adesso: lasciare che le acquisizioni avvengano una alla volta, senza regia, senza strategia, con la sola logica del mercato in un contesto in cui i capitali del Golfo sono infinitamente più grandi e più pazienti dei nostri.

Quattromila aziende italiane con soci mediorientali sono già una realtà. Quante saranno tra dieci anni dipende da quello che l’Italia decide di fare nei prossimi mesi. Non fare niente è già una scelta — ed è la scelta peggiore.

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I numeri del fenomeno

3.839 imprese italiane con soci residenti in Paesi del Golfo Persico e del Medio Oriente, per un totale di 415 milioni di euro di partecipazioni iscritte a bilancio (dati InfoCamere, aggiornati al 31 dicembre 2024).

Emirati Arabi Uniti: 40,8% del totale del valore, circa 170 milioni, in 323 aziende, quota media 34%. Qatar: 83,4 milioni in sole 32 aziende, quota media 62%. Israele: 59 milioni in 779 società. Libano: 42,3 milioni in 558 realtà. Arabia Saudita: 22 milioni in 149 imprese. Iran: 20,8 milioni in 1.093 aziende.

Il manifatturiero assorbe il 44,6% del totale, seguito da trasporti e logistica (12,6%) e attività finanziarie e assicurative.

I fondi sovrani del Golfo gestiscono insieme circa 5.000 miliardi di dollari — i 415 milioni italiani sono meno dello 0,01% di quella ricchezza.

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