Dalla Cina arriva il chip nel cervello: paralizzati tornano a muovere la mano

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Autore: Raffaella Mari

31 marzo 2026

Laurea in Scienze politiche "cum laude" presso l'università della Calabria. Laurea in giurisprudenza presso l'università "Magna Graecia" di Catanzaro. Avvocato con esperienze lavorative nel campo del recupero crediti.

La Cina ha autorizzato il primo impianto cerebrale per uso fuori dai trial clinici: un chip traduce i pensieri in movimenti del guanto robotico.

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Un chip grande quanto una moneta, inserito nel cranio, che legge i pensieri e li trasforma in movimenti. Non è fantascienza: è la realtà che la Cina ha appena ufficializzato, autorizzando per la prima volta un impianto cerebrale destinato a persone con paralisi grave per un uso che va al di là degli studi clinici. Il dispositivo si chiama Neo, è stato sviluppato dall’azienda Neuracle Medical Technology di Shanghai, e ha ottenuto il via libera dalla National Medical Products Administration — l’ente regolatorio cinese equivalente alla nostra Agenzia del Farmaco. È la prima interfaccia cervello-computer autorizzata in Cina per un utilizzo clinico reale, fuori dai confini ristretti della sperimentazione. Il risultato concreto che produce è straordinario nella sua semplicità: chi non riusciva più ad afferrare un bicchiere, ad alzare un cucchiaio, a compiere i gesti più elementari della vita quotidiana, ora può farlo di nuovo — con l’aiuto di un guanto robotico controllato direttamente dai propri segnali cerebrali. Trentadue pazienti hanno già ricevuto il dispositivo. Tutti sono riusciti a eseguire movimenti di presa che prima non potevano più compiere. Uno di loro, dopo nove mesi di utilizzo, è tornato a mangiare e bere da solo.

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Come funziona: dal pensiero al movimento

Il sistema Neo funziona su un principio che fino a pochi anni fa sembrava appartenere alla fantascienza. Quando una persona pensa di muovere la mano — anche se il corpo non risponde a quel comando per via della paralisi — il cervello genera comunque una precisa attività elettrica. È quella traccia elettrica che il dispositivo cattura e trasforma in azione.

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Il chip viene inserito nel cranio ed è collegato a otto elettrodi posizionati sulla superficie del cervello, non in profondità nel tessuto cerebrale. Questa scelta — che tecnicamente si chiama approccio epidurale o subdurale — è uno degli elementi che distingue il Neo da altri sistemi sperimentali più invasivi, e probabilmente ha facilitato il percorso di approvazione regolatoria.

Gli elettrodi registrano l’attività elettrica che si genera quando il paziente immagina di muovere la mano. I segnali vengono inviati a un computer esterno che li decodifica in tempo reale e li trasforma in comandi per un guanto robotico morbido, capace di afferrare oggetti e compiere i movimenti di base della mano. Il risultato è un circuito diretto tra il pensiero e l’azione: il paziente pensa, il guanto esegue.

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I risultati sui pazienti: 32 persone, tutte con esiti positivi

I dati finora disponibili riguardano 32 pazienti, tutti affetti da paralisi degli arti causata da lesioni del midollo spinale nella regione cervicale — tra le forme di paralisi più invalidanti, perché privano la persona non solo della capacità di camminare ma anche dell’uso delle mani. L’età dei pazienti è compresa tra i 18 e i 60 anni.

Secondo quanto riportato dai ricercatori coinvolti negli studi clinici, tutti e 32 i pazienti sono stati in grado di eseguire il movimento di presa con l’aiuto del guanto robotico — un’azione che non potevano più compiere prima dell’impianto. È un dato di efficacia immediata che colpisce per la sua uniformità.

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Il caso più documentato, descritto in una prestampa scientifica, riguarda un paziente che ha utilizzato il sistema per nove mesi. In questo arco di tempo è riuscito a recuperare la capacità di afferrare e manipolare oggetti con sufficiente precisione da mangiare e bere autonomamente. Non si tratta di un movimento rudimentale o approssimativo: è la restituzione di una funzione concreta, quotidiana, che restituisce dignità e autonomia a una persona che le aveva perdute.

La competizione globale: Cina contro Neuralink

L’approvazione cinese si inserisce in una competizione internazionale sempre più intensa nel settore delle brain-computer interface — le tecnologie che collegano direttamente il sistema nervoso a dispositivi elettronici per trasformare i segnali cerebrali in azioni concrete.

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Negli Stati Uniti, l’azienda Neuralink fondata da Elon Musk sta testando impianti cerebrali su pazienti con gravi disabilità motorie. Il suo sistema è più invasivo — gli elettrodi penetrano nel tessuto cerebrale — e la sperimentazione è ancora in fase clinica. Altre aziende americane ed europee lavorano a sistemi per restituire la parola a persone che l’hanno persa a causa di malattie neurologiche come la SLA.

La differenza del caso cinese non è solo tecnica. È anche strategica e politica. Nel piano quinquennale 2026-2030, il governo cinese ha indicato esplicitamente le interfacce cervello-computer come una delle “industrie del futuro”, destinatarie di investimenti e finanziamenti pubblici per accelerare la ricerca. L’approvazione del Neo non è solo un risultato scientifico: è un segnale politico preciso, che indica dove la Cina intende posizionarsi nella corsa tecnologica globale dei prossimi decenni.

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Il ruolo dell’intelligenza artificiale: i sistemi che imparano dal paziente

Uno degli aspetti più promettenti di queste tecnologie riguarda l’integrazione con l’intelligenza artificiale. I ricercatori del settore indicano come prossimo passo migliorare la precisione con cui i segnali neurali vengono interpretati — e l’AI è lo strumento principale per farlo.

Gli algoritmi di apprendimento automatico possono essere addestrati sui segnali specifici di ogni singolo paziente, imparando progressivamente il modo in cui quella persona genera i propri impulsi cerebrali. Il risultato è un sistema che diventa sempre più preciso nel tempo, adattandosi alle caratteristiche neurologiche individuali invece di applicare un modello standardizzato. Il controllo del dispositivo diventa più naturale, più reattivo, più simile al movimento spontaneo.

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In prospettiva, tecnologie di questo tipo potrebbero essere utilizzate non solo per muovere protesi o strumenti robotici, ma anche per recuperare funzioni motorie dopo ictus o traumi neurologici — un campo con un potenziale enorme, considerato il numero di persone che ogni anno perdono funzionalità motorie a causa di eventi cerebrovascolari.

Le cautele degli esperti: i dati sono ancora limitati

L’entusiasmo per questi risultati va però temperato dalla prudenza scientifica. I dati disponibili riguardano ancora un numero relativamente piccolo di pazienti — 32 — e l’arco temporale di osservazione è limitato. Per valutare efficacia e sicurezza nel lungo periodo servono studi più ampi, con campioni più numerosi e follow-up più lunghi.

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Le domande aperte sono molte. Come si comportano gli elettrodi nel cervello dopo anni di utilizzo? Il sistema mantiene la stessa precisione nel tempo o degrada? Quali sono gli effetti della presenza prolungata di un dispositivo estraneo nel cranio? Come si gestiscono le infezioni o le complicazioni chirurgiche?

Gli esperti sottolineano che dimostrare sicurezza e benefici clinici su larga scala è il passaggio indispensabile prima che questi sistemi possano diventare parte della pratica medica quotidiana. L’approvazione cinese rappresenta un primo passo — importante, significativo, storicamente rilevante — ma non la fine del percorso.

La direzione, però, è chiara. La possibilità di collegare direttamente il cervello alle macchine, per decenni confinata nei romanzi di fantascienza, sta entrando nella medicina reale. E lo fa più in fretta di quanto molti si aspettassero.

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