Conti deposito: rendono meno dei titoli di Stato e pagano il doppio di tasse
I conti deposito sono tassati al 26%, i titoli di Stato al 12,5%. E i rendimenti netti dei BTP battono quasi sempre quelli dei conti deposito.
Quando i mercati traballano, i risparmiatori cercano rifugio. E il conto deposito è da sempre uno dei primi approdi: semplice, garantito, senza sorprese. In questo periodo di turbolenze finanziarie la domanda di questi strumenti è tornata a crescere. Ma chi li sceglie senza fare i conti con la realtà rischia di perdere rendimento in modo silenzioso e invisibile. Perché oggi i conti deposito rendono meno dei titoli di Stato italiani — non di poco, non in casi limite, ma in modo sistematico e per quasi tutte le scadenze. E ci sono due ragioni precise per cui questo accade: la
Indice
I numeri che contano: il confronto rete a rete
I rendimenti netti attuali dei titoli di Stato italiani sono chiari e verificabili: circa il
I conti deposito che riescono a battere questi valori al netto della tassazione al 26% sono rari. Non inesistenti — qualche promozione occasionale ci riesce — ma rappresentano l’eccezione, non la regola. Il risparmiatore che compara i rendimenti lordi dei conti deposito con quelli netti dei titoli di Stato sta sbagliando il calcolo di base, e quasi certamente si troverà ad aver scelto lo strumento meno remunerativo senza rendersene conto.
Il problema dello svincolo: rischi simmetrici ma diversi
I sostenitori dei conti deposito portano spesso come argomento la semplicità e la liquidità. È un argomento parzialmente fondato, ma va capito con precisione.
Federico Pigatto, analista dell’ufficio studi e ricerche di Consultique, spiega dove si annida il problema: «Uno svantaggio nell’utilizzo dei conti deposito rispetto ai titoli di Stato sta nella possibilità di svincolo. Mentre le obbligazioni sono negoziabili sul mercato, i conti deposito spesso non prevedono lo svincolo anticipato, oppure lo permettono a condizione di rinunciare a tutta, o quasi, la remunerazione promessa, a causa delle penali di uscita».
In altre parole: un conto deposito “vincolato” blocca i soldi per la durata concordata. Se si ha bisogno del capitale prima del tempo, si perde quasi tutto l’interesse — o in certi casi tutto, su tutto il capitale depositato, non solo sulla parte svincolata anticipatamente. È una clausola che molti sottoscrittori scoprono solo quando è troppo tardi.
I conti deposito svincolabili, quelli che consentono di rientrare in possesso del capitale in qualsiasi momento, offrono in genere rendimenti più bassi — perché la banca non può contare su quel denaro per un periodo certo — e spesso azzerano gli interessi sulle somme ritirate prima della scadenza.
L’argomento contrario riguarda invece i titoli di Stato: anche venderli prima della scadenza ha un costo, perché il prezzo di mercato oscilla in funzione dei tassi di interesse. Chi compra un BTP a due anni e deve venderlo dopo sei mesi potrebbe recuperare meno del capitale investito se i tassi nel frattempo sono saliti. Ma questa incertezza riguarda chi vende prima della scadenza: chi porta il titolo a scadenza recupera sempre il 100% del capitale nominale, senza discussioni.
La durata: più lungo non sempre significa più remunerativo
Una convinzione diffusa è che un conto deposito a lunga scadenza renda sempre più di uno a breve scadenza. Non è necessariamente vero, specialmente per i conti svincolabili.
Le banche che offrono questa tipologia di prodotto tendono a disincentivare le scadenze lunghe, perché si troverebbero bloccate con un capitale che il cliente potrebbe richiedere indietro in qualsiasi momento. Per questo, in alcuni casi la remunerazione di un conto a dodici mesi è superiore a quella di un conto a ventiquattro mesi — un’anomalia apparente che ha una logica precisa dal punto di vista della banca.
Quando l’orizzonte temporale dell’investimento si allunga — diciamo oltre i tre anni — il confronto con altri strumenti diventa ancora più netto. I titoli di Stato a cinque anni, con un rendimento netto del 2,8%, sono difficili da battere per qualsiasi conto deposito soggetto alla tassazione ordinaria del 26%.
Le promozioni: opportunità reali o offerte civetta
Il mercato dei conti deposito è pieno di promozioni che annunciano tassi maggiorati per periodi limitati. Alcune sono genuine e convenienti. Altre sono strumenti di acquisizione clienti che nascondono condizioni capaci di ridurre significativamente il vantaggio promesso.
Pigatto mette in guardia: «In alcuni casi sono disponibili promozioni per la sottoscrizione entro un determinato periodo di tempo, a un tasso maggiorato rispetto a quello solitamente allineato ai tassi monetari. Talvolta, però, le promozioni sono subordinate al rispetto di determinate condizioni. Per esempio, l’apertura contestuale di un conto corrente o l’accredito dello stipendio sul conto in promozione».
Un tasso promozionale del 4% lordo che richiede l’apertura di un conto corrente con canone mensile di 5 euro e l’accredito dello stipendio non è necessariamente un affare: vanno calcolati tutti i costi aggiuntivi che la condizione porta con sé, e verificato che il vantaggio netto sia reale. Spesso lo è solo per chi già utilizza la banca come conto principale — non per chi apre un nuovo rapporto esclusivamente per sfruttare la promozione.
Quando il conto deposito può avere senso
Nonostante i limiti, il conto deposito mantiene alcune caratteristiche che lo rendono preferibile ai titoli di Stato in situazioni specifiche.
La protezione del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi
Ma questa semplicità ha un prezzo. E quel prezzo si chiama rendimento netto inferiore, per quasi tutte le scadenze e quasi tutte le offerte disponibili sul mercato oggi. Chi vuole massimizzare il rendimento del capitale a basso rischio, ha già a disposizione uno strumento migliore: si chiama Buono del Tesoro Poliennale, e non richiede nemmeno l’apertura di un nuovo conto corrente.