Lavoro: il datore paga sempre se manca la formazione del dipendente

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Autore: Angelo Greco

14 aprile 2026

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

La Cassazione stabilisce la responsabilità del datore per omessa formazione, anche se il lavoratore agisce con imprudenza. La legge non fa sconti.

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Il mondo del lavoro trema davanti alla nuova e severissima linea dei giudici di legittimità che mette fine a ogni scappatoia per gli imprenditori poco attenti. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha stabilito un principio che ribalta la vita di chiunque gestisca un’azienda: se un dipendente si fa male o commette una manovra azzardata, il datore di lavoro è colpevole se non ha garantito una formazione impeccabile. Non conta più se il lavoratore ha agito con imprudenza o se ha ignorato il buon senso di sua iniziativa. La colpa ricade sul vertice aziendale perché la legge non accetta che un dipendente possa operare senza essere stato prima istruito, informato e addestrato come si deve.

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Questo verdetto segna una svolta punitiva rispetto al passato, quando spesso l’errore del sottoposto bastava a scagionare il titolare dalle proprie responsabilità legali.

Il verdetto che gela le imprese: colpa del capo nonostante l’errore

La sicurezza sul lavoro non è un optional e la legge non ammette distrazioni da parte di chi detiene il potere di comando. I giudici della Suprema Corte sono stati chiarissimi nel definire che la responsabilità del

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datore di lavoro persiste anche quando il dipendente si comporta in modo negligente o imprudente (sentenza n. 13327/26).

Questo orientamento colpisce duramente chi pensava di potersi lavare le mani in caso di incidenti causati da colpi di testa dei sottoposti. Il punto di rottura rispetto al passato è netto. In precedenza, parte della giurisprudenza di legittimità tendeva a riconoscere la colpa esclusiva del prestatore se quest’ultimo agiva in modo sconsiderato, sollevando il titolare da ogni accusa (sentenza n. 22843/2025).

Oggi invece il vento è cambiato. Se non esiste una prova certa che il dipendente abbia ricevuto una formazione adeguata, ogni suo errore diventa automaticamente una colpa di chi non lo ha istruito a dovere. La legge impone che il lavoratore sia messo nelle condizioni di conoscere ogni pericolo, altrimenti ogni sua mossa falsa ricade sulle spalle della proprietà.

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Il dramma di Taranto e l’uso pericoloso del carrello elevatore

La vicenda che ha dato origine a questo terremoto giudiziario arriva dalla Puglia, precisamente da Taranto, dove un imprenditore ha subito una condanna dal tribunale locale. Il fatto risale al 4 aprile 2023 e riguarda la gestione di un carrello elevatore. In quell’occasione è emersa una violazione palese delle norme che tutelano la salute e la sicurezza dei lavoratori (d.lgs. 81/2008).

Il fulcro dell’accusa risiede nella mancata consegna delle competenze necessarie al dipendente per manovrare il mezzo meccanico in totale sicurezza. Il tribunale ha accertato che il datore non ha rispettato gli obblighi di

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informazione e addestramento.

Immaginiamo, per esempio, un operaio che decide di sollevare un carico troppo pesante con il muletto in un corridoio stretto. Se l’operaio non ha mai frequentato un corso specifico certificato dall’azienda, il fatto che egli abbia agito con audacia non salva il capo. La legge pretende che il datore impedisca fisicamente e giuridicamente al dipendente di compiere tali azioni attraverso un percorso formativo documentato e rigoroso.

La fine della scusa del lavoratore che agisce di testa propria

Davanti ai giudici la difesa dell’imprenditore ha tentato di giocare la carta dell’imprevedibilità. Ha infatti sostenuto che il lavoratore avrebbe agito di propria iniziativa, escludendo così l’elemento soggettivo necessario per la condanna. In pratica, l’azienda diceva che non poteva prevedere un comportamento così autonomo e fuori dagli schemi. Tuttavia, gli Ermellini hanno rispedito al mittente questa tesi, dichiarandola infondata. Il

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datore di lavoro ha l’obbligo giuridico di prevenire anche le condotte imprudenti che derivano dalla mancanza di esperienza. La responsabilità rimane intatta poiché l’ordinamento richiede:

  • la prova documentale che il lavoratore abbia ricevuto istruzioni sui rischi specifici;

  • la verifica costante che le procedure di sicurezza siano comprese ed eseguite;

  • l’addestramento pratico che impedisca l’uso improprio di macchinari complessi.

Senza questi pilastri, il datore rimane il principale indiziato per ogni evento avverso. Non serve dimostrare che il capo voleva il male del dipendente; basta la sua omissione formativa per far scattare la sanzione. La legge vede nel datore il garante della vita altrui all’interno del perimetro aziendale e questa garanzia non si interrompe nemmeno se il dipendente è un incosciente.

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Sconti di pena e procedure amministrative nel mirino della Corte

Oltre alla questione della colpa, la sentenza ha affrontato aspetti tecnici legati alle procedure dell’ASL e al calcolo delle ammende. La difesa aveva provato a invalidare l’azione legale lamentando il mancato rispetto di alcuni passaggi amministrativi previsti per la sicurezza sul lavoro (d.lgs. 758/1994). I giudici hanno chiarito che eventuali irregolarità burocratiche degli enti di controllo non bloccano la giustizia e non impediscono di procedere con il processo. Tuttavia, la Cassazione ha riconosciuto un errore nel calcolo della pena definitiva. Poiché si trattava di un procedimento celebrato con il rito abbreviato, la legge prevede uno sconto specifico per le contravvenzioni. Il tribunale di merito aveva applicato una riduzione di un terzo, tipica di altri contesti, mentre per questo tipo di infrazioni la diminuzione deve essere della metà. Per questo motivo, la Suprema Corte ha annullato la sentenza precedente solo per quanto riguarda l’importo da pagare. La sanzione è scesa da 2.000 euro a 1.500 euro di ammenda. Nonostante questo piccolo sconto economico, il principio di colpevolezza rimane un monito durissimo per tutti i datori di lavoro d’Italia.

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