Trasferimento lontano? Se ti dimetti perdi la Naspi: parla la Cassazione

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Autore: Angelo Greco

15 maggio 2026

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

La Cassazione nega la Naspi a chi si dimette per un trasferimento troppo lontano. Scopri quando il cambio sede diventa un abuso del datore di lavoro.

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Il trasferimento in una sede lontana non garantisce più l’assegno di disoccupazione. Lo ha stabilito la Cassazione con una decisione che gela migliaia di lavoratori pronti a lasciare l’impiego per non cambiare città. La regola generale è chiara: se il dipendente decide di interrompere il rapporto di lavoro solo perché la nuova sede è difficile da raggiungere, la sua scelta viene considerata volontaria. Lo Stato non paga l’indennità a chi si mette da solo in una condizione di inoccupazione. Per ottenere la Naspi dopo le dimissioni serve una motivazione molto più profonda di un semplice trasloco forzato. Il lavoratore deve dimostrare che dietro lo spostamento esiste un comportamento scorretto dell’azienda. Senza un grave inadempimento del datore, l’abbandono del posto resta una scelta personale che costa carissimo al portafoglio del cittadino. La giustizia non ammette scuse basate solo sui chilometri di distanza.

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Il caso limite che toglie il sussidio al lavoratore

La vicenda che ha scosso il mondo del lavoro riguarda un dipendente che ha ricevuto l’ordine di spostarsi da Genova a Catania. Una distanza enorme che attraversa l’Italia intera. L’uomo ha presentato le dimissioni perché riteneva impossibile prestare l’attività lavorativa in un luogo così lontano dalla sua vita precedente. Egli era convinto che una situazione oggettiva così grave costituisse una

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giusta causa di recesso. Inizialmente la Corte d’Appello gli ha dato ragione, basando il verdetto solo sulla distanza geografica tra le due sedi. Tuttavia l’Inps non ha accettato questa visione e ha portato il caso davanti ai giudici romani. Con l’ordinanza n. 10559 depositata oggi, la Suprema Corte ha ribaltato tutto. I giudici hanno chiarito che non basta la lontananza a rendere legittimo l’assegno di disoccupazione. Se il lavoratore si arrende senza combattere la legittimità del trasferimento, perde ogni diritto al sostegno economico statale.

Quando le dimissioni diventano una scelta senza ritorno

Il punto centrale della questione giuridica risiede nel concetto di disoccupazione involontaria. La legge prevede che l’indennità spetti solo a chi perde il lavoro contro la propria volontà. Se un soggetto decide di dimettersi, la legge riconosce l’assegno solo se esiste una

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giusta causa (art. 3, co. 2, Dlgs n. 22/2015). La Cassazione sottolinea che il giudice deve verificare le circostanze concrete di ogni singolo caso. Non esiste un automatismo che trasforma la distanza in un motivo valido per ricevere denaro pubblico. Se il rapporto di lavoro può proseguire, anche se in un’altra città, la scelta di interromperlo diventa volontaria. Il dipendente che si pone volontariamente in una condizione di disoccupato non può pretendere che sia la collettività a pagare per la sua decisione. La prosecuzione del rapporto di lavoro deve risultare intollerabile per colpa del datore di lavoro e non per una valutazione soggettiva del dipendente.

Le regole del trasferimento secondo il Codice Civile

Per capire se si ha diritto alla

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Naspi, bisogna analizzare se il datore di lavoro ha rispettato le norme sul potere direttivo. Un trasferimento è legittimo solo se esistono comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive (art. 2103 cod. civ.). Se queste ragioni mancano, allora il datore di lavoro commette un grave inadempimento degli obblighi contrattuali. Solo in questa specifica situazione il dipendente può invocare la giusta causa. Il lavoratore ha dunque l’onere di dimostrare che il cambio di sede è nullo o abusivo. Se il dipendente si limita a dire che la sede è troppo distante, omette di valutare la correttezza della condotta aziendale. Ad esempio, se un’azienda chiude un ufficio a Genova per potenziare quello di Catania, il trasferimento è giustificato. In quel caso, il lavoratore che si dimette perché non vuole traslocare rimane a mani vuote. La legge protegge chi subisce un abuso, non chi rifiuta un cambiamento organizzativo legittimo.
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I requisiti per non perdere l’assegno di disoccupazione

La sentenza stabilisce un principio di diritto che i lavoratori devono memorizzare per evitare disastri finanziari. Il riconoscimento della prestazione presuppone un accertamento rigoroso della condotta del datore di lavoro. Non è sufficiente la notevole distanza per ritenere sussistente la disoccupazione involontaria. Per non perdere il diritto al sussidio, il cittadino deve verificare se ricorrono elementi che rendono il trasferimento un atto vessatorio. La strategia difensiva deve puntare tutto sulla violazione delle norme contrattuali. Prima di firmare le dimissioni, è necessario accertare che il datore abbia agito in malafede. Il lavoratore deve essere consapevole che il giudice analizzerà i seguenti punti:

  • l’assenza di reali necessità aziendali dietro lo spostamento della sede;
  • la presenza di un intento discriminatorio o punitivo da parte del capo;
  • la violazione degli obblighi di correttezza e buona fede contrattuale;
  • l’impossibilità oggettiva di mantenere il rapporto a causa di un comportamento datoriale scorretto.

Senza questi pilastri, le dimissioni restano un atto di libertà personale che esclude il sostegno dell’Inps. La distanza è un disagio, ma per la legge non è una colpa del datore di lavoro se l’azienda ha bisogno di personale in un’altra città.

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