Dimissioni per giusta causa: per la Naspi serve la prova in giudizio

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Autore: Angelo Greco

26 aprile 2026

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

L’indennità di disoccupazione spetta anche a chi si dimette, ma la Cassazione chiarisce che il lavoratore deve provare i gravi inadempimenti datoriali.

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La regola generale prevede che l’indennità NASpI spetta al lavoratore anche in caso di dimissioni per giusta causa, a patto che questi dimostri in tribunale i fatti che hanno reso intollerabile la prosecuzione del rapporto. Non basta dunque dichiarare di essersi dimessi per colpa del datore di lavoro o presentare una lettera di diffida. La Corte di Cassazione ha recentemente ribaltato una decisione che premiava la semplice intenzione di difendersi, ristabilendo un principio di rigore probatorio. Quando il dipendente decide di interrompere il contratto perché subisce un comportamento illecito, la sua perdita dell’occupazione è considerata

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involontaria, ma questo stato deve essere oggettivo e provato. Il diritto alla tutela assistenziale nasce solo se esiste un grave inadempimento altrui che costringe alla fuga dal posto di lavoro. Il lavoratore non può limitarsi ad allegare la causa, ma deve fornire elementi concreti che convincano il giudice.

La perdita involontaria del lavoro e il diritto alla Naspi

L’assegno di disoccupazione, tecnicamente denominato

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NASpI, nasce per proteggere chi perde il lavoro contro la propria volontà (D.Lgs. 22/2015). La legge estende questa tutela anche a chi rassegna le dimissioni per giusta causa. In queste situazioni, la cessazione del rapporto avviene formalmente su iniziativa del dipendente, ma la causa scatenante è un comportamento scorretto del datore di lavoro. Si parla quindi di una perdita involontaria in senso sostanziale, perché la scelta del lavoratore è forzata da circostanze che non permettono di continuare a lavorare nemmeno per un giorno (art. 2119 cod. civ.). Se il datore non paga lo stipendio, compie molestie o demansiona il dipendente in modo illegittimo, la legge considera il recesso del lavoratore come una conseguenza subita e non come una libera decisione di restare a casa.
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Il caso della lavoratrice e l’errore dei giudici d’appello

La vicenda nasce dal ricorso di una lavoratrice che, dopo le dimissioni, si è vista negare l’indennità dall’INPS. In primo grado, il Tribunale di Varese ha respinto la domanda perché non c’erano prove sufficienti dei torti subiti. Al contrario, la Corte d’Appello di Milano ha dato ragione alla donna. I giudici milanesi hanno pensato che fosse sufficiente dimostrare la semplice volontà della lavoratrice di difendersi, basandosi su una vecchia circolare dell’ente previdenziale. Per la Corte d’Appello, la lettera inviata dall’avvocato all’azienda e l’avvio di una causa bastavano a certificare la giusta causa

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. Tuttavia, la Corte di Cassazione (ord. 8564/2026) ha annullato questa sentenza. Gli ermellini hanno spiegato che non si può ottenere un beneficio economico solo perché si afferma di aver ragione o perché si inizia una lite legale.

Le circolari Inps non hanno valore di legge in tribunale

Un punto centrale dell’ordinanza riguarda il valore delle norme. Il tribunale di secondo grado ha applicato una circolare interna dell’INPS che semplifica l’erogazione della NASpI nella fase amministrativa. La Cassazione ha però chiarito che le circolari sono solo atti interni che guidano gli uffici dell’ente, ma non possono cambiare le leggi dello Stato. In un processo, il giudice deve seguire le regole del codice civile e della normativa primaria. Quando il lavoratore agisce in giudizio per ottenere una prestazione, deve rispettare l’onere della prova (art. 2697 cod. civ.). Questo significa che l’accertamento del diritto non può basarsi su presunzioni di verosimiglianza o su prassi amministrative. Il processo serve a verificare se i fatti sono accaduti realmente e se sono così gravi da giustificare l’assegno di disoccupazione.

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Cosa deve dimostrare il dipendente per ottenere la prestazione

Per non perdere il diritto alla NASpI, il lavoratore deve sostenere un’istruttoria precisa davanti al giudice. Non è sufficiente cambiare versione dei fatti o sperare che l’ente previdenziale non contesti le affermazioni. L’onere probatorio ricade interamente su chi richiede i soldi. Il dipendente deve allegare e documentare i seguenti elementi:

  • l’effettivo inadempimento del datore di lavoro, come il mancato versamento dei contributi o della retribuzione;

  • la gravità dell’inadempimento, che deve essere tale da rendere impossibile la permanenza in azienda;

  • il nesso di causalità e l’immediatezza tra l’illecito subito e la decisione di andarsene.

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Se manca la prova di questi fatti, la domanda viene rigettata. La Cassazione sottolinea che deve emergere l’autentica genesi delle dimissioni. Bisogna dimostrare che la fuga dall’ufficio è stata una reazione diretta a un comportamento inaccettabile e non una scusa per ottenere il sussidio pubblico.

Il rapporto tra lavoratore, Inps e datore di lavoro

Spesso l’INPS richiede che nel processo sia coinvolto anche il datore di lavoro, poiché l’accertamento della giusta causaobbliga l’azienda a pagare il cosiddetto ticket di licenziamento. Tuttavia, la giurisprudenza ha chiarito che non esiste un obbligo di chiamare in causa il datore (sent. 216/2021). Il diritto del lavoratore verso l’ente previdenziale è autonomo e distinto rispetto agli obblighi dell’azienda. Il giudice accerta la verità dei fatti solo per decidere se erogare la NASpI, senza che la sentenza abbia effetti diretti e automatici contro il datore di lavoro in quel momento. Questo semplifica il processo per il dipendente, che deve confrontarsi solo con l’ente pubblico, ma non lo esenta dal dover portare testimonianze, documenti o perizie che confermino la gravità della situazione vissuta sul posto di lavoro.

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