Dimissioni per giusta causa: per la Naspi serve la prova in giudizio
L’indennità di disoccupazione spetta anche a chi si dimette, ma la Cassazione chiarisce che il lavoratore deve provare i gravi inadempimenti datoriali.
La regola generale prevede che l’indennità NASpI spetta al lavoratore anche in caso di dimissioni per giusta causa, a patto che questi dimostri in tribunale i fatti che hanno reso intollerabile la prosecuzione del rapporto. Non basta dunque dichiarare di essersi dimessi per colpa del datore di lavoro o presentare una lettera di diffida. La Corte di Cassazione ha recentemente ribaltato una decisione che premiava la semplice intenzione di difendersi, ristabilendo un principio di rigore probatorio. Quando il dipendente decide di interrompere il contratto perché subisce un comportamento illecito, la sua perdita dell’occupazione è considerata
Indice
La perdita involontaria del lavoro e il diritto alla Naspi
L’assegno di disoccupazione, tecnicamente denominato
Il caso della lavoratrice e l’errore dei giudici d’appello
La vicenda nasce dal ricorso di una lavoratrice che, dopo le dimissioni, si è vista negare l’indennità dall’INPS. In primo grado, il Tribunale di Varese ha respinto la domanda perché non c’erano prove sufficienti dei torti subiti. Al contrario, la Corte d’Appello di Milano ha dato ragione alla donna. I giudici milanesi hanno pensato che fosse sufficiente dimostrare la semplice volontà della lavoratrice di difendersi, basandosi su una vecchia circolare dell’ente previdenziale. Per la Corte d’Appello, la lettera inviata dall’avvocato all’azienda e l’avvio di una causa bastavano a certificare la giusta causa
Le circolari Inps non hanno valore di legge in tribunale
Un punto centrale dell’ordinanza riguarda il valore delle norme. Il tribunale di secondo grado ha applicato una circolare interna dell’INPS che semplifica l’erogazione della NASpI nella fase amministrativa. La Cassazione ha però chiarito che le circolari sono solo atti interni che guidano gli uffici dell’ente, ma non possono cambiare le leggi dello Stato. In un processo, il giudice deve seguire le regole del codice civile e della normativa primaria. Quando il lavoratore agisce in giudizio per ottenere una prestazione, deve rispettare l’onere della prova (art. 2697 cod. civ.). Questo significa che l’accertamento del diritto non può basarsi su presunzioni di verosimiglianza o su prassi amministrative. Il processo serve a verificare se i fatti sono accaduti realmente e se sono così gravi da giustificare l’assegno di disoccupazione.
Cosa deve dimostrare il dipendente per ottenere la prestazione
Per non perdere il diritto alla NASpI, il lavoratore deve sostenere un’istruttoria precisa davanti al giudice. Non è sufficiente cambiare versione dei fatti o sperare che l’ente previdenziale non contesti le affermazioni. L’onere probatorio ricade interamente su chi richiede i soldi. Il dipendente deve allegare e documentare i seguenti elementi:
l’effettivo inadempimento del datore di lavoro, come il mancato versamento dei contributi o della retribuzione;
la gravità dell’inadempimento, che deve essere tale da rendere impossibile la permanenza in azienda;
il nesso di causalità e l’immediatezza tra l’illecito subito e la decisione di andarsene.
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Se manca la prova di questi fatti, la domanda viene rigettata. La Cassazione sottolinea che deve emergere l’autentica genesi delle dimissioni. Bisogna dimostrare che la fuga dall’ufficio è stata una reazione diretta a un comportamento inaccettabile e non una scusa per ottenere il sussidio pubblico.
Il rapporto tra lavoratore, Inps e datore di lavoro
Spesso l’INPS richiede che nel processo sia coinvolto anche il datore di lavoro, poiché l’accertamento della giusta causaobbliga l’azienda a pagare il cosiddetto ticket di licenziamento. Tuttavia, la giurisprudenza ha chiarito che non esiste un obbligo di chiamare in causa il datore (sent. 216/2021). Il diritto del lavoratore verso l’ente previdenziale è autonomo e distinto rispetto agli obblighi dell’azienda. Il giudice accerta la verità dei fatti solo per decidere se erogare la NASpI, senza che la sentenza abbia effetti diretti e automatici contro il datore di lavoro in quel momento. Questo semplifica il processo per il dipendente, che deve confrontarsi solo con l’ente pubblico, ma non lo esenta dal dover portare testimonianze, documenti o perizie che confermino la gravità della situazione vissuta sul posto di lavoro.