Decreto Lavoro: cos'è il «salario giusto» e perché è diverso dal salario minimo

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Autore: Paolo Remer

29 aprile 2026

Laureato con lode in Giurisprudenza e Scienze della Sicurezza Economica e Finanziaria. Già magistrato ordinario, giudice tributario ed ufficiale nella Guardia di Finanza. Attualmente, è consulente di direzione aziendale.

Il Decreto Lavoro introduce il “salario giusto”: non una paga fissata per legge, ma un sistema flessibile che garantisce stipendi almeno pari ai CCNL più rappresentativi, per fermare il dumping e tutelare lavoratori e imprese.

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Il Governo ha appena introdotto nel nuovo Decreto Lavoro il cosiddetto “salario giusto”, una misura che sta già facendo discutere. Non è un salario minimo fissato per legge, ma un meccanismo diverso: punta a garantire che nessun lavoratore venga pagato sotto i livelli stabiliti dai contratti collettivi più rappresentativi.

In altre parole, invece di imporre una soglia retributiva uguale per tutti, si rafforza il ruolo dei CCNL per contrastare stipendi troppo bassi e ostacolare la concorrenza sleale tra imprese che quando si tratta di costo del lavoro fanno a gara al ribasso.

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Ma cosa significa davvero “salario giusto”? Come si calcola? E perché è diverso dal salario minimo europeo di cui tanto si parla? Vediamo tutti questi aspetti, dato che le novità appena introdotte avranno un importante impatto sul mondo del lavoro: in particolare, sulle tasche dei lavoratori e sui conti delle imprese.

Cos’è il “salario giusto” nel Decreto Lavoro

Il Decreto Lavoro approvato ieri (chiamato anche “Decreto Primo Maggio”, dato che è arrivato in prossimità della festa dei lavoratori) introduce una innovativa disciplina sui

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trattamenti economici complessivi (TEC), con un obiettivo preciso: garantire ai lavoratori dipendenti una retribuzione adeguata, senza però introdurre una paga oraria legale, ossia il salario minimo proposto spesso da alcune forze politiche e in particolare dal centrosinistra.

Il salario giusto è una misura che punta a garantire paghe dignitose senza ricorrere a una soglia fissa stabilita per legge (il cosiddetto salario minimo legale).

In concreto, il salario giusto funziona così:

Come evidenziato nella nota del Governo, la misura serve a tutelare i lavoratori, a favorire la concorrenza leale tra imprese ed anche a valorizzare il ruolo della contrattazione collettiva.

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Come si calcola il salario giusto

Qui sta la vera differenza rispetto al salario minimo.

Il “salario giusto” non è un numero fisso (es. 9 o 10 euro l’ora), ma deriva dal contratto collettivo applicato al comparto di riferimento.

Il Decreto Lavoro stabilisce che la retribuzione di un lavoratore è considerata “giusta” quando non è inferiore ai minimi tabellari stabiliti dai Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL).

Tuttavia, non basta un contratto qualsiasi: il riferimento deve essere esclusivamente ai contratti stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative a livello nazionale (tra queste spiccano Cgil, Cisl, Uil per i lavoratori e Confindustria, Confcommercio e altre grandi associazioni per le imprese).

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Così la definizione delle voci retributive è lasciata, in sostanza, alla contrattazione collettiva, nell’ambito dei limiti che adesso illustriamo.

Gli elementi da considerare

Il trattamento economico complessivo (TEC) comprende queste voci:

Nel salario giusto rientra non solo la paga base, ma anche tutte le voci accessorie (tredicesima, welfare, maggiorazioni) che compongono il trattamento economico complessivo (TEC) del lavoratore

Quindi il salario giusto è almeno pari al trattamento economico complessivo previsto dal CCNL di riferimento

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(fatte salve le condizioni di miglior favore previste dai contratti aziendali e individuali).

Il datore di lavoro non può scendere sotto quel livello, nemmeno applicando contratti alternativi meno favorevoli.

In attesa dei rinnovi c’è il “paracadute” IPCA

A differenza di un salario minimo legale, il calcolo del salario giusto rimane affidato all’autonomia delle parti sociali (sindacati e imprese), che definiscono nel CCNL le varie voci della busta paga in base alle specificità del settore.

Tuttavia, il Decreto Lavoro introduce un meccanismo di garanzia contro i ritardi nei rinnovi contrattuali, perché:

Tutto questo serve per proteggere, almeno parzialmente, il potere d’acquisto dei lavoratori dall’inflazione durante l’attesa del nuovo accordo.

Perché il salario giusto è diverso dal salario minimo

Molti confondono le due cose, ma sono concetti diversi.

Secondo il modello europeo, i

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l salario minimo è fissato per legge con un importo standard (ad esempio, 9 euro all’ora); è uguale per tutti i lavoratori ed è indipendente dai contratti collettivi.

Con il salario giusto, invece, non esiste una soglia unica; il riferimento per determinarlo sono i CCNL più rappresentativi. Dunque la misura si basa essenzialmente sulla contrattazione tra sindacati e imprese.

Possiamo anche osservare che, mentre il salario minimo è imposto dallo Stato in maniera rigida, il salario giusto è garantito attraverso i contratti collettivi e dunque risulta più flessibile e adeguato alle esigenze di ciascun comparto produttivo.

Ecco una tabella che sintetizza le peculiarità e le differenze tra salario giusto e salario minimo.

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CaratteristicaSalario minimoSalario giusto (Decreto 2026)
FonteLegge dello Stato.

Contrattazione Collettiva (CCNL).

ImportoCifra fissa oraria per tutti.

Variabile in base al settore e alla qualifica.

FlessibilitàRigido, richiede interventi legislativi per l’aggiornamento.

Dinamico, gestito da chi conosce le esigenze del settore.

Ruolo dei SindacatiPotenzialmente indebolito (la legge sostituisce l’accordo).

Valorizzato e reso centrale nella definizione dei trattamenti.

A cosa serve davvero: contrasto al dumping

La misura – per come dichiarato espressamente dal Governo – nasce per risolvere un problema concreto: i contratti “pirata” ossia gli accordi siglati da sigle sindacali minoritarie, che prevedono tutele e stipendi inferiori agli standard di settore e creano così il cosiddetto

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dumping contrattuale.

Con questo meccanismo, alcune aziende applicano contratti firmati da soggetti poco rappresentativi e “compiacenti” verso i datori di lavoro, anziché nei confronti dei lavoratori che dovrebbero rappresentare: il risultato è quello di ottenere salari più bassi rispetto ai CCNL principali, quelli stipulati dalle maggiori organizzazioni sindacali, consolidate a livello nazionale e territoriale.

In questo modo i lavoratori vengono pagati meno del dovuto e si manifesta una concorrenza sleale tra imprese.

Il salario giusto spezza questo meccanismo, perché impone come riferimento i CCNL più rappresentativi (togliendo così spazio ai contratti pirata); questo impedisce di abbassare artificialmente gli stipendi e riequilibra il mercato del lavoro.

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Anche la tutela della concorrenza diventa più efficace, perché il nuovo meccanismo garantisce che le imprese competano sulla qualità e l’innovazione, e non sul ribasso dei costi del personale.

Gli incentivi alle imprese andranno solo a chi applica il salario giusto

In ogni caso, le imprese che rispetteranno i parametri del salario giusto avranno accesso ai vari incentivi previsti dal Dl Lavoro, mentre le altre perderanno queste agevolazioni è bonus: è una forte spinta ad adottare, e rinnovare tempestivamente, la contrattazione collettiva “pulita”.

Il ruolo centrale dei contratti collettivi

Il decreto rafforza un principio tipico del sistema italiano: la retribuzione

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dei lavoratori non è fissata per legge – la Costituzione, all’articolo 36, impone che essa sia proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa – e si determina quasi sempre proprio attraverso la contrattazione collettiva.

Questo significa che in Italia non ci sono salari e stipendi decisi precisamente “dall’alto” per legge. E ciò comporta un ampio spazio a sindacati e associazioni datoriali per determinare le misure retributive attraverso la contrattazione collettiva. Dunque già da tempo si realizza un adattamento dei salari ai diversi settori, che adesso il principio del giusto salario vuole potenziare ulteriormente.

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È importante chiarirlo: il giusto salario non è una rivoluzione, dato che il sistema italiano già oggi si basa sui CCNL. Il Decreto Lavoro non introduce un nuovo salario universale, ma rafforza e rende vincolante un principio di fondo già esistente nell’ordinamento giuslavoristico.

Cosa cambia per lavoratori e imprese

Per i lavoratori, il giusto salario significa essenzialmente ottenere una maggiore protezione contro salari troppo bassi e avere un riferimento chiaro ai CCNL principali, quelli maggiormente rappresentativi, escludendo quelli pirata che tendono ad abbassare le retribuzioni.

Con l’introduzione del giusto salario, anche le imprese godono di alcuni vantaggi

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, come una maggiore certezza normativa e una concorrenza più equa: diventa impossibile competere sul mercato comprimendo artificiosamente il costo del lavoro.

In conclusione, il salario giusto trasforma i parametri dei contratti leader in standard inseriti nei CCNL valevoli per tutti i lavoratori di quel comparto, cercando di coniugare la tutela dei lavoratori con la libertà organizzativa delle imprese.

Domande frequenti

Cos’è il salario giusto?

È una regola che garantisce ai lavoratori una retribuzione non inferiore ai minimi previsti dai CCNL più rappresentativi.

Il salario giusto è uguale al salario minimo?

No. Il salario minimo è fissato per legge, mentre il salario giusto deriva dai contratti collettivi.

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Quanto è il salario giusto?

Non esiste una cifra unica: dipende dal CCNL applicato al lavoratore.

Il datore può pagare meno del CCNL?

No, se si tratta di contratti collettivi rappresentativi: il Decreto Lavoro impedisce di scendere sotto quei livelli.

A cosa serve il salario giusto?

Serve a contrastare il dumping salariale e garantire una concorrenza leale tra imprese.

In conclusione

Il “salario giusto” non introduce una paga minima per legge, ma rafforza il sistema italiano basato sui contratti collettivi.
È una scelta precisa: invece di fissare un numero uguale per tutti, si preferisce garantire che ogni lavoratore riceva almeno quanto stabilito dalle parti sociali nel proprio settore.

Una soluzione che punta a bilanciare la tutela dei lavoratori ad una retribuzione equa e dignitosa con la libertà contrattuale, per raggiungere un migliore equilibrio del mercato del lavoro.

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