Per quanto tempo conservare la busta paga?

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Autore: Mariano Acquaviva

18 febbraio 2024

Conseguita nel 2011 la laurea magistrale in Giurisprudenza con pieni voti presso l’Università degli Studi di Salerno, successivamente si iscrive alla Scuola di Specializzazione per le Professioni legali presso lo stesso ateneo, ottenendo anche qui la votazione massima. Attualmente esercita la professione forense quale avvocato iscritto all’albo del foro di Salerno e collabora con diversi studi legali, dedicandosi prevalentemente all’ambito penalistico e civilistico.

Cos’è e cosa c’è scritto all’interno della busta paga? Dopo quanto tempo si prescrive il diritto a percepire lo stipendio?

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Per quanto tempo il lavoratore dipendente deve conservare, nei propri archivi, le buste paga che gli consegna il datore di lavoro? In un’epoca in cui si sta diffondendo rapidamente l’archiviazione informatica di tutta la documentazione, anche di quella fiscale, diventa sempre più noioso e anacronistico mantenere un registro ordinato con le fatture, i pagamenti effettuati, quelli ricevuti e, non in ultimo, il CUD e le buste paga consegnate dal datore di lavoro al proprio dipendente. Non appena, quindi, ci si può sbarazzare di questa infinita serie di scartoffie, lo si fa volentieri (attenzione però alla privacy: mai buttare i fogli nella spazzatura senza prima averli fatti in “mille pezzi”). Ebbene,

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per quanto tempo conservare le buste paga?

Che cos’è la busta paga?

La busta paga è il documento che il datore di lavoro rilascia al proprio dipendente all’atto del pagamento della retribuzione.

Al suo interno sono riportate tutte le informazioni più importanti riguardanti il rapporto di lavoro, come ad esempio:

Dopo quanto tempo si prescrive il diritto alla retribuzione?

Il primo problema che potrebbe sorgere è quello di mantenere la documentazione in caso di

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contestazioni sul dare/avere tra ditta e lavoratore.

Pertanto è bene sapere che, secondo il nostro codice civile, le somme che compongono la retribuzione si prescrivono in 5 anni da quando dovevano essere corrisposte, salvo alcune eccezioni (indennità sostitutiva delle ferie), rispetto alle quali la prescrizione è di 10 anni.

I 5 anni decorrono dalla cessazione del rapporto di lavoro privato; se, invece, si tratta di pubblico impiego, la prescrizione comincia a decorrere dal giorno successivo dal momento della loro progressiva insorgenza [1].

Questa differente soluzione rispetto ai crediti vantati nei confronti del datore pubblico deriva dalla maggiore soggezione psicologia

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di perdere il posto di lavoro, tale da giustificare la decorrenza della prescrizione solo al termine del rapporto.

Contributi non versati: a cosa serve la busta paga?

Ciò detto, tuttavia, la busta paga potrebbe essere determinante anche per un’altra finalità: ossia qualora il datore di lavoro, per una qualsiasi ragione, ometta di versare i contributi.

In tal caso, il documento cartaceo potrà essere la prova “chiave” per ottenere il pagamento della pensione. Ecco perché.

Fino a 5 anni, vale il criterio dell’automaticità: ossia, qualora riscontrati, i contributi vengono accreditati d’ufficio.

Invece, una volta trascorsi i 5 anni, la cosiddetta carenza previdenziale (ossia l’omesso versamento dei contributi) può essere colmata dal lavoratore pagando il relativo onere, ma previa dimostrazione a suo carico dello svolgimento del rapporto in quel dato periodo.

Spesso, la busta paga è un elemento centrale per provare il rapporto, per cui è consigliabile la conservazione anche oltre i 5 anni, ossia per 10 anni massimo.

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