Niente usucapione tra parenti

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Autore: Maura Corrado

30 giugno 2017

Laureata con lode in giurisprudenza presso l’Università del Salento, svolge attualmente la pratica forense in uno studio legale di Lecce, occupandosi prevalentemente di diritto fallimentare, commerciale e societario e di diritto del lavoro. È tirocinante in formazione presso il Tribunale Civile di Lecce, secondo la normativa contenuta nel Decreto del Fare. Giornalista pubblicista iscritta all’albo della Puglia, è redattore per quotidiani a livello locale e riviste giuridiche specializzate.

Impossibile l’usucapione tra parenti: il genitore proprietario del bene sa che il figlio sta utilizzando il suo immobile e lo tollera. Nei rapporti tra amici, le cose cambiano.

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Niente usucapione tra parenti: in estrema sintesi, è questa la tesi sostenuta dal Tribunale di Tivoli in una sentenza degli scorsi mesi [1]. Perché si possa usucapire un immobile, infatti, occorre non solo averlo utilizzato per 20 anni, ma anche esercitare sullo stesso il possesso tipico del proprietario: e, cioè, usarlo come farebbe il proprietario, appunto. Cosa che, nei rapporti tra parenti, non è possibile. Sulla base di quanto detto, secondo il Tribunale di Tivoli, il figlio non può usucapire l’immobile di proprietà del genitore, anche se quest’ultimo gli ha permesso di usare il bene. Tra l’altro, questa è una situazione molto frequente tra

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genitori e figli: i primi danno la possibilità ai secondi di abitare nella casa di loro proprietà, magari fino a quando non si sposano o trovano un lavoro e, spesso, passano anni senza che mamma e papà chiedano indietro la casa. Eppure, sulla base di questo, il figlio non può dire di aver usucapito. Tutt’al più, dice la sentenza, si può dire che la casa sia stata concessa loro dai genitori in comodato gratuito.

Usucapione tra parenti: perché no?

Il motivo per cui l’usucapione tra parenti non è ammessa è dato, sostanzialmente, dal fatto che, in casi di questo genere, il proprietario del bene sa che un altro soggetto sta utilizzando il suo immobile per i propri bisogni e tollera questo stato di cose. E d’altra parte, se così non fosse, si arriverebbe al paradosso per cui una persona in affitto, da 20 anni nello stesso appartamento, ne diventerebbe proprietario. Per dirla diversamente, quindi, la

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tolleranza del proprietario – il fatto cioè, che egli si dimostri accondiscendente – esclude l’acquisto del possesso utile ai fini dell’usucapione e fa sì che chi detiene il bene non possa pretendere nulla. E questo perché, a fronte di un proprietario accondiscendente, non si ha possesso, ma semplice detenzione e, quindi, viene a mancare uno dei requisiti essenziali per far scattare l’usucapione. È la tipica situazione a cui si faceva riferimento prima, quella dei genitori che fanno abitare il figlio in casa propria oppure del proprietario che “chiude un occhio” e che, ad esempio, non contesta all’amico, per buon vicinato, il fatto che questi utilizzi il suo posto auto mentre lui è assente.
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Usucapione: differenza tra possesso e detenzione

Abbiamo detto che se il proprietario tollera l’uso del suo bene da parte di un’altra persona non si ha possesso ma detenzione. Per non confondere questi due concetti, vediamo la differenza:

Usucapione tra conoscenti: perché sì?

Sulla base di quanto detto, si capisce che tra amici le cose cambiano perché, per quanto il legame di affetto tra persone possa essere stretto, è sicuramente più labile e mutevole ed è molto difficile essere tolleranti per tempi lunghissimi [2]: ecco perché se, ad esempio, l’immobile viene concesso per molti anni a un semplice amico o a un vicino, è molto probabile che ciò avvenga non per tolleranza ma per semplice indifferenza e, in tal caso, l’usucapione scatta eccome.

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