Sindrome del burnout: cos’è e quali diritti al lavoro
Infermieri, educatori o avvocati accusano stress dalla pressione di lavorare per gli altri: come funzionano assenze per malattia, invalidità e Legge 104?
Se ti dico «sindrome del burnout» forse devi fermarti un attimo a pensare di che cosa stiamo parlando. Se, invece, ti dico «stress» ci capiamo subito, vero? Lo capirà anche il tuo datore di lavoro quando gli dirai che la sindrome del burnout si è impossessata di te fino al punto di provocarti una malattia seria? Se sgranerà gli occhi perché non sa che cos’è, puoi spiegargli che si tratta di una patologia causata da un eccessivo carico di lavoro. Che è la fine di un processo stressante in cui è coinvolto chi si vede impegnato ogni giorno ed in moto ripetitivo in attività legate alle relazioni interpersonali. Detto con queste parole, forse continuerà a non capirti ma, così, saprà qual è il tuo problema: che sei stressato. Che non ce la fai più. E che vuoi rivendicare i tuoi
Bisogna precisare che il burnout non è lo stress, ma una conseguenza dello stress. È una patologia in grado di deteriorare:
- l’impegno verso il lavoro;
- le emozioni positive legate al lavoro;
- la capacità di adattamento al lavoro.
Tutto ciò (spesso messo insieme) ha come conseguenza un disagio psicofisico che può portare all’esaurimento emotivo e fisico, alla depressione e ad un mutamento della personalità. La sindrome del burnout, dunque, è da tenere in seria considerazione soprattutto quando si fa un’attività di tipo assistenziale (pensa all’infermiere, al medico, all’assistente sociale), ma anche a professionisti come l’avvocato o il consulente fiscale. Professionisti che si fanno carico dei problemi di chi soffre o si trova in difficoltà per motivi diversi e che rischiano di riversare su sé stessi queste sofferenze fino al punto di non riuscire più a gestirle. Ecco perché, quando se ne avvertono i sintomi, bisogna non solo sapere che
Indice
Sindrome del burnout: che cos’è?
Burnout
Ed è proprio questa realtà da cui nasce il burnout o, se preferisci dirlo così, nella quale il lavoratore comincia a «bruciarsi». L’eccessiva pressione del lavoro, degli utenti o dei clienti di cui si deve occupare, insieme ad uno smisurato senso del dovere accendono la miccia: inizia un processo di logoramento psicofisico a causa della mancanza di energie. Non si è più in grado di sopportare lo stress accumulato e la vita ed i problemi degli altri si mescolano con quelli del lavoratore fino ad arrivare ad un punto in cui non si sa più dov’è la linea di confine che separa gli uni dagli altri.
Sindrome del burnout: è una malattia ufficiale?
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, lo
Secondo la descrizione disponibile sul sito internet dell’Organizzazione, il burnout è una sindrome conseguente a uno stress cronico sul posto di lavoro che non è stato gestito con successo. È caratterizzato da tre elementi: sensazione di mancanza di energie o spossamento; incremento della distanza mentale dalla propria attività o senso di negatività correlato al lavoro svolto; riduzione dell’efficacia professionale.
L’Oms ha anche specificato che prima di diagnosticare qualcuno di burnout occorre anche escludere altri disturbi che presentano sintomi simili come il disturbo dell’adattamento, l’ansia o disordini legati a paure o la depressione. Inoltre il burnout è una condizione che si riferisce solo a un contesto lavorativo e non può essere estesa ad altre aree della vita.
L’Organizzazione mondiale della sanità non ha tuttavia stabilito quali sono le cure per trattare chi è affetto da questa sindrome.
Sindrome del burnout: come si sviluppa?
Si possono distinguere diverse fasi nella sindrome del burnout. Ad esempio, in un operatore sanitario che, come dicevamo, è il più esposto alla patologia (ma vale anche per le altre figure professionali interessate), il processo si sviluppa in questo modo:
- una fase in cui prevale l’entusiasmo di avere scelto una professione dedicata agli altri;
- un secondo momento di stagnazione in cui il lavoratore viene sottoposto ad un carico di stress eccessivo e comincia a rendersi conto che la realtà non coincide con ciò che si aspettava. Iniziano a diminuire l’entusiasmo e il senso di appagamento;
- una terza fase di frustrazione in cui prevalgono i sentimenti di inutilità, di insoddisfazione, di inadeguatezza, di sfruttamento, di scarsa riconoscenza verso il proprio lavoro. Può aumentare l’aggressività verso gli altri e la voglia di evitare il luogo di lavoro;
- una quarta fase di apatia in cui non ci sono più né interesse né passione per il proprio lavoro. Prevale la più totale indifferenza.
Sindrome del burnout: quali conseguenze?
Dicevamo all’inizio che non bisogna confondere
Tra gli effetti psicologici del burnout si possono segnalare:
- l’esaurimento emotivo;
- la perdita della personalità;
- la riduzione della propria realizzazione personale e professionale;
- la necessità di fuggire dall’ambito lavorativo;
- la perdita di entusiasmo e di interesse per l’attività che si svolge;
- la frustrazione e insoddisfazione;
- la mancanza di empatia nei confronti delle persone di cui si occupa.
Tutto questo si riflette anche sul lato fisico. Infatti, la sindrome del burnout può provocare:
- gastrite;
- cefalee;
- tachicardia;
- insonnia;
- depressione.
Non sono mancati, purtroppo, i casi in cui tutto ciò sfocia in gesti estremi come l’abuso di alcol o di droghe e l’aumento del rischio di suicidio. Va da sé che se la sindrome degenera si può trasformare in una malattia invalidante.
Sindrome del burnout: diritto all’invalidità
Quali sono, allora, i diritti al lavoro per chi soffre della sindrome del burnout dovuta allo stress? Bisogna, intanto, ricordare che lo stress, di per sé, non viene riconosciuto come malattia. Solo quando si manifesta in patologie psichiche e fisiche che comportano dei danni dovuti all’eccessivo carico di lavoro si può parlare di malattia professionale.
Occorre valutare, quindi, la singola patologia riscontrata. Quando si arriva alla depressione (o Mdd, cioè disturbo depressivo maggiore) oppure all’esaurimento nervoso è possibile riscontrare una riduzione della capacità lavorativa, cioè un’invalidità. Le tabelle ufficiali che riportano le percentuali di invalidità indicano, in proposito, questi valori:
- sindrome depressiva endoreattiva lieve: 10% ;
- sindrome depressiva endoreattiva media: 25%;
- sindrome depressiva endoreattiva grave: dal 31% al 40%;
- sindrome depressiva endogena lieve: 30%;
- sindrome depressiva endogena media: dal 41% al 50%;
- sindrome depressiva endogena grave: dal 71% all’80%;
- nevrosi fobico ossessiva e/o ipocondriaca di media entità: dal 21% al 30%;
- nevrosi fobico ossessiva lieve: 15%;
- nevrosi fobico ossessiva grave: dal 41% al 50%;
- nevrosi ansiosa: 15%;
- psicosi ossessiva: dal 71% all’80%.
Se la sindrome del burnout provoca altri disturbi come la colite ulcerosa, problemi al fegato o al cuore, occorrerà valutare caso per caso la percentuale di invalidità riconosciuta dalle tabelle. Nel caso in cui sia accertata la riduzione della capacità lavorativa, si può avere diritto ad una prestazione assistenziale a seconda della percentuale. Bisogna, comunque, superare il 33% ed avere tra 18 e 65 anni per essere riconosciuti invalidi civili.
Gli assegni di invalidità
Per esempio, l’assegno di invalidità ordinario viene erogato a chi ha una percentuale superiore al 74%, 5 anni di contribuzione e almeno 3 anni di contributi versati nell’ultimo quinquennio. Si calcola sulla contribuzione versata.
Se non ci sono questi requisiti, si può aspirare all’assegno di invalidità civile sempre che non si superi il reddito annuo di 4.906,72 euro. L’importo dell’assegno è di 285,66 euro mensili.
La pensione di invalidità
Se la percentuale di invalidità arriva al 100%, chi soffre della sindrome del burnout o di una delle sue conseguenze può fare domanda per ottenere la pensione di invalidità civile, sempre di 285,66 euro. Occorre, però, avere un reddito inferiore a 16.814,34 euro.
Sia per la pensione di invalidità sia per l’assegno di invalidità, il requisito anagrafico è stato modificato recentemente: ora può fare richiesta chi ha tra i 18 ed i 67 anni, anziché un massimo di 66 anni e 7 mesi come fino al 2018.
Sindrome del burnout: diritto ad assenze per malattia
Al di là delle prestazioni assistenziali, che succede sul posto di lavoro a chi soffre della sindrome del burnout? Ad esempio, ha diritto ad assentarsi e a chiedere la malattia retribuita?
Per rispondere a questa domanda, si torna al discorso di prima: bisogna valutare che tipo di patologia è emersa a causa del burnout o dell’esaurimento nervoso. Visto che, come abbiamo spiegato, la sindrome può provocare dei disturbi anche gravi dal punto di vista fisico come da quello psicologico, sarà il medico curante a stabilire se il lavoratore ha bisogno di un periodo di riposo ed a fissare il numero dei giorni in cui deve rimanere a casa.
In quest’ultimo caso, cioè quando il medico decide che l’assenza dal lavoro è giustificata, occorre seguire la normale procedura della malattia, cioè:
- chiedere al medico di base il certificato che andrà inviato all’Inps per via telematica entro il giorno successivo a quello in cui è stata diagnosticata la malattia;
- avvertire il datore di lavoro dell’assenza e comunicargli il numero di protocollo telematico del certificato medico.
Vanno rispettate, inoltre, le fasce di reperibilità per le visite fiscali, cioè:
- dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19 per i dipendenti del settore privato;
- dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18 per gli impiegati statali.
Tuttavia, è possibile che, visti gli effetti della
Sindrome del burnout e Legge 104
Se la situazione è degenerata, può succedere che venga riconosciuto un handicap nella persona che soffre della sindrome del burnout. Significa che c’è una disabilità mentale, motoria o sensoriale tale da impedire o limitare l’integrazione sociale, lavorativa, personale e familiare. In questo caso, il lavoratore ha diritto a:
- i permessi retribuiti della Legge 104;
- la possibilità di scegliere la sede di lavoro e di rifiutare un trasferimento;
- le agevolazioni fiscali che spettano ai portatori di handicap, ad esempio sull’acquisto dell’auto o di sussidi informatici, sulle spese di assistenza o su quelle mediche.
Quando il lavoratore che soffre di burnout è riconosciuto invalido al 100% e non riesce a camminare o a compiere gli atti quotidiani della vita senza l’assistenza di un’altra persona, ha diritto all’assegno di accompagnamento. L’importo è di 517,84 euro per 12 mensilità. Puoi approfondire i dettagli relativi a questa prestazione sociale leggendo questo articolo o guardando questo video.
Sindrome del burnout e pensione anticipata
Anche in questo caso bisogna considerare gli effetti fisici o psichici provocati dalla sindrome di burnout e le relative percentuali di invalidità. Nello specifico:
- se l’invalidità è superiore al 74%, il lavoratore avrà diritto a 2 mesi di contributi figurativi aggiuntivi per ogni anno fino ad un massimo di 5 anni, all’Ape sociale o alla pensione anticipata precoci;
- se, invece, l’invalidità supera l’80%, il lavoratore avrà diritto alla pensione di vecchiaia anticipata. Deve, però, avere 60 anni e 7 mesi di età se uomo e 55 anni e 7 mesi se donna. Inoltre deve avere versato 20 anni di contributi.
La pensione anticipata per questi motivi non è prevista per i dipendenti pubblici.