Reti 5G: i rischi sulla salute non detti
Le associazioni chiedono di bloccare la nuova rete 5G in sperimentazione; alcuni sindaci hanno già disposto lo stop. Il 5g è davvero pericoloso per la salute?
Il sindaco di Scanzano Jonico, in provincia di Matera, ha già vietato la sperimentazione e l’installazione del 5G nel territorio del suo Comune. Associazioni di consumatori come il Codacons hanno lanciato l’allarme, scrivendo agli 8 mila sindaci italiani di adottare provvedimenti analoghi. Il Codacons ha anche presentato un esposto a tutte le procure della Repubblica d’Italia, sollecitando l’apertura di indagini sui pericoli per la salute provocati dalla rete 5G.
Le reti 5G comportano veramente dei rischi per la salute
Quindi secondo le posizioni delle associazioni e di alcuni sindaci – applicando a un principio di buon senso prima ancora che di diritto – per
Insomma, l’arrivo del 5G preoccupa molto: i più interessati e in ansia sono i cittadini che si trovano in prossimità delle antenne in sperimentazione da cui vengono emanate le nuove frequenze. Ma il problema non riguarda solo loro, perché la nuova tecnologia sarà talmente capillare da prevedere moltissime microantenne posizionate addirittura nelle case, per consentire il funzionamento dei sofisticati apparati Iot (Internet of Things) come gli elettrodomestici “intelligenti” di nuova generazione, che saranno sempre connessi alla rete. Il tema d’indagine sembra stavolta diverso dalle battaglie precedenti, compiute contro il 3G ed il 4G: la nuova tecnologia, infatti, è molto più potente, ed è stata definita rivoluzionaria perché promette di cambiare totalmente i modi di accesso ad internet e di fruizione dei servizi di comunicazione.
Sta di fatto che questa “iperconnettività” prevede un innalzamento esponenziale delle radiofrequenze emesse rispetto ai valori attuali e le infrastrutture di trasmissione saranno piccole nelle dimensioni, ma potenti nell’emissione, e soprattutto saranno diffuse dovunque: praticamente, non ci saranno zone escluse dall’interscambio elettromagnetico dei dati, neppure in aperta campagna o in alta montagna. Così il campo elettromagnetico nell’aria sarà decuplicato passerà dagli attuali 6 V/m ad almeno 61 V/m.
A fronte di questo dato certo dell’aumento dell’elettrosmog, che è oggettivamente misurabile come fenomeno, sta l’incognita di un correlativo aumento del rischio di malattie
Sintetizzando le posizioni, si può dire che i negazionisti del rischio sostengono che le radiofrequenze non hanno evidenziato nessun aumento dei tumori; gli allarmisti (detti anche “tecnoribelli”) invece ritengono che gli studi si basano sui dati precedenti, compiuti con frequenze più basse, mentre ora l’aumento delle potenze delle radiazioni che si sta realizzando incrementerebbe proprio questo rischio.
Pochi giorni fa, l’Istituto Superiore di Sanità (Iss) ha pubblicato un report (ne abbiamo parlato qui:
La forza di questo studio è che si basa su un lungo periodo di osservazione (quasi 20 anni, dal 1999 al 2017); la debolezza è che negli anni passati si utilizzavano tecnologie di emissione radiante di potenza neanche lontanamente comparabile a quella del 5G; ed uno dei principali fattori di rischio è proprio l’intensità dell’esposizione delle cellule umane al campo elettromagnetico.
Dal canto suo, la
Del resto gli studi scientifici compiuti da Enti pubblici non bastano a sciogliere i dubbi e le perplessità di chi pensa che i governi e le società multinazionali siano così interessati alla faccenda da poterne pilotare gli esiti e addirittura i periodi di diffusione (ad esempio il Codacons lancia il sospetto che non sia una coincidenza il fatto che l’Iss abbia pubblicato il suo studio ufficiale proprio nel momento di pieno lancio della campagna del 5G in Italia).
Ma ci sono studi indipendenti che dimostrano il rischio del 5G nell’insorgenza dei tumori? Il Codacons ne ha individuati alcuni e afferma che «Dallo Iarc all’Oms, passando per i recenti studi condotti dal National Toxicology Program degli Stati Uniti (NTP) e dall’Istituto Ramazzini, tutti gli enti di ricerca affermano senza ombra di dubbio come l’esposizione alle onde elettromagnetiche prodotte dai telefonini sia potenzialmente cancerogena. La posizione dell’Iss è, quindi, del tutto isolata in ambito scientifico e internazionale e non può ritenersi in nessun caso valida e attendibile».
Tra questi studi citati abbiamo analizzato quello dell’Istituto Ramazzini che è pubblicato integralmente in lingua italiana: è del 2018, riguarda proprio l’impatto dell’esposizione umana ai livelli di radiazioni a radiofrequenza prodotti da ripetitori e trasmettitori per la telefonia mobile. Questo istituto di ricerca è una onlus e può qualificarsi indipendente perché la ricerca è stata finanziata da un ampio numero di soci, nazionali ed esteri, pubblici e privati (Arpa, Regione Emilia-Romagna, Fondazione Carisbo, Inail, Protezione Elaborazioni Industriali (P.E.I.), Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, Children With Cancer (UK), Environmental Health Trust (USA).
Il resoconto ha evidenziato “aumenti statisticamente significativi” nell’incidenza di alcuni tumori sui ratti esposti a vari livelli di radiazioni, corrispondenti a quelle utilizzate nella telefonia mobile e dunque alle “dosi ambientali” che troviamo nei nostri ambienti di vita e di lavoro.
Inoltre, l’esito di questa ricerca conferma i dati emersi da un’analogo studio compiuto negli Stati Uniti d’America, nell’ambito del programma NTP (National Toxicologic Program). Per questo gli scienziati osservano che “non può essere dovuta al caso l’osservazione di un aumento dello stesso tipo di tumori, peraltro rari, a migliaia di chilometri di distanza, in ratti dello stesso ceppo trattati con le stesse radiofrequenze”.
Sinora, però, gli istituti pubblici non hanno preso atto di queste evidenze: l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) non ha proceduto a rivedere la classificazione delle radiofrequenze definibili come “probabili cancerogene”; così come neppure l’Icnirp (acronimo di International commission on non-ionizing radiation protection), organismo internazionale non governativo riconosciuto dall’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) è intervenuto a regolamentare la materia dei rischi di queste onde invisibili sulla salute umana (le sue linee guida risalgono a 20 anni fa).
Il sindaco di Scanzano Jonico, nelle motivazioni dell’ordinanza comunale che ha già
Sappiamo che possibilità non equivale a probabilità e tantomeno ad elevata probabilità, ma quando si tratta di salute la prudenza non è mai troppa: i rischi potrebbero esserci e, se ci sono, sono ancora sconosciuti. Oltretutto, i
Il fenomeno ha un nome: elettrosensibilità e varia da soggetto a soggetto. Coloro che sono ipersensibili ai campi elettromagnetici sono molto più a rischio degli altri e su questo fenomeno gli studiosi sono d’accordo (è dimostrato che in queste persone lo stress ossidativo delle cellule è maggiore), al punto che il Parlamento europeo e il Consiglio d’Europa avevano proposto, già nel 2009 e nel 2011, di riconoscere l’elettrosensibilità come una specifica categoria di disabilità; ma sinora nulla è stato fatto.
D’altronde, se anche i soggetti a rischio fossero solo questi pochi elettrosensibili e la loro percentuale fosse, poniamo, lo 0,01% della popolazione italiana, cioè uno su diecimila, si tratterebbe comunque di almeno seimila persone a elevato rischio per la loro salute che meriterebbero piena tutela.