Cosa significa stipendio base

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Autore: Redazione

24 febbraio 2020

La Redazione di LLpT è costituita da un team di avvocati che, giornalmente, “traduce” in linguaggio comprensibile a tutti, anche ai meno esperti, le ultime sentenze dei tribunali e i testi delle leggi. Ciò affinché ciascuno possa conoscere - in modo chiaro, immediato e senza incertezze - i propri diritti e doveri.

Non è semplice leggere una busta paga e comprendere il significato delle varie voci che la compongono. In questo articolo, ti spiegheremo come fare.

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Nei contratti di lavoro e nelle buste paga viene spesso utilizzato un gergo tecnico di difficile comprensione per coloro che non sono addetti ai lavori. Tuttavia, la corretta comprensione di questi termini è di fondamentale importanza perchè in essi si esprime il contenuto economico del rapporto di lavoro che si va ad instaurare o che è in corso. Può risultare difficile, ad esempio, comprendere il significato delle varie voci retributive che compongono la retribuzione del lavoratore.

Cosa significa stipendio base? Cos’è il superminimo individuale? Lo stipendio del lavoratore si compone di diverse voci che hanno, ciascuna, una disciplina giuridica diversa. E’ bene essere, dunque, al corrente di quali sono le differenze tra le varie voci che compongono lo stipendio poichè da queste deriva la retribuzione percepita e, come vedremo, la possibilità di ricevere in futuro degli aumenti stipendiali o meno.

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La retribuzione proporzionata e sufficiente

Nel nostro ordinamento, è stato adottato un modello di economia sociale di mercato. Ciò significa che il nostro ordinamento si basa sull’economia di mercato, ma apporta dei correttivi per evitare che la libertà economica si traduca in eccessivi squilibri e diseguaglianze sociali. Il sistema cerca, dunque, un difficile equilibrio tra la libertà di impresa e i diritti sociali degli individui.

Se visto da questa prospettiva, il rapporto di lavoro non è solo un rapporto di scambio tra prestazione di lavoro e stipendio ma è qualcosa di più. Infatti, con il lavoro, il lavoratore guadagna quanto necessario a vivere. Da questa considerazione sono nate tutte le norme che tendono a proteggere il lavoratore subordinato e a trovare un equilibrio tra le esigenze del datore di lavoro e la protezione sociale del dipendente. Basti pensare al diritto alle ferie, alla malattia, alla maternità, all’orario massimo giornaliero, etc.

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In tale ottica, la Costituzione [1] prevede che ad ogni lavoratore debba essere corrisposta una retribuzione proporzionata alla quantità ed alla qualità del lavoro svolto e, comunque, sufficiente a garantire a sè ed alla sua famiglia una esistenza libera e dignitosa.

La retribuzione, dunque, non è solo il prezzo pagato per la prestazione di lavoro erogata dal dipendente ma ha anche una funzione sociale: quella di permettere al lavoratore ed alla sua famiglia di vivere con dignità.

Contratti collettivi e minimi retributivi

La Costituzione si limita ad esprimere un principio guida che deve essere seguito nella determinazione dello stipendio del lavoratore ma non individua, nè potrebbe farlo, qual è la quantità di reddito che può dirsi proporzionato e sufficiente. In effetti, questo non sarebbe possibile visto che il potere di acquisto della retribuzione varia con il passare del tempo e con le dinamiche inflattive.

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Ma, allora, come si individua la retribuzione proporzionata e sufficiente di cui parla la Costituzione? Questo ruolo viene svolto dai contratti collettivi nazionali di lavoro i quali, tra le altre cose, disciplinano nel loro settore di riferimento i cosiddetti minimi retributivi, ossia, gli stipendi minimi da erogare ai lavoratori del settore, in base al livello di inquadramento del lavoratore.

Nei Ccnl troviamo, infatti, delle tabelle dove, da un lato, troviamo i livello di inquadramento del personale e, dall’altro, troviamo i valori dello stipendio minimo. Ovviamente, più alto è il livello di inquadramento del lavoratore, più alto è lo stipendio minimo da corrispondergli.

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La giurisprudenza è ormai costante nel ritenere che i minimi retributivi adottati dai Ccnl costituiscono il parametro di riferimento per individuare la retribuzione proporzionata e sufficiente di cui parla la Costituzione.

Se un operaio metalmeccanico di 5° livello prende 1.200 euro al mese e il Ccnl metalmeccanico prevede che, ad un operaio con quel livello di inquadramento, spetti un minimo retributivo di 1.300 euro al mese, il dipendente può agire in giudizio, innanzi al giudice del lavoro, e chiedere l’adeguamento della propria retribuzione in quanto inferiore al parametro del Ccnl che, come detto, costituisce il punto di riferimento da utilizzare per individuare la la retribuzione proporzionata e sufficiente di cui parla la Costituzione.

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Lo stipendio base è, quindi, la paga minima che, per un lavoratore con quel determinato livello di inquadramento, prevede il contratto collettivo applicato al rapporto di lavoro.

La paga base non resta fissa nel tempo ma cambia sulla base degli accordi delle parti firmatarie del contratto collettivo applicato al rapporto di lavoro.

Il Ccnl, infatti, al pari di ogni contratto, ha una durata determinata nel tempo, che solitamente è di tre anni. Quando il Ccnl scade le parti, e cioè i sindacati da un lato e le associazioni dei datori di lavoro dall’altro, si incontrano per negoziare il rinnovo del Ccnl per il successivo triennio. Uno dei principali punti del rinnovo è proprio l’

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incremento dei minimi reributivi previsti dal Ccnl stesso.

Nel Patto della Fabbrica [2] Confindustria e Cgil-Cisl-Uil hanno stabilito che i minimi retributivi devono essere incrementati dello scostamento dell’indice Ipca, epurato degli energetici.

L’indice Ipca sta per “indice dei prezzi al consumo armonizzato per i Paesi membri dell’Unione europea”. Si tratta di un valore che viene pubblicato dall’Istat ogni anno nel mese di maggio e registra lo scostamento dei prezzi dei beni di consumo che si è registrato nell’anno oltre ad ipotizzare una previsione sull’andamento futuro.

Adeguando i minimi salariali alle variazioni di questo indice, le parti sociali tutelano il cosiddetto

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potere di acquisto del reddito, ossia, la capacità del lavoratore di acquistare beni di primo consumo con il proprio stipendio mensile.

Retribuzione: le voci retributive

Una volta compreso cos’è lo stipendio base, o paga base, occorre comprendere anche cosa sono le altre voci che compongono la retribuzione del lavoratore.

Di solito, infatti, nella lettera di assunzione, il trattamento economico del dipendente comprende le seguenti voci:

Per quanto concerne l’ad personam, occorre notare che ci sono due

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tipologie di superminimo:

Stipendio base o superminimo?

Ma chi decide se erogare solo la

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paga base o il superminimo? La scelta è delle parti che stipulano il contratto individuale di lavoro.

Ad onore del vero, molto spesso al lavoratore non viene lasciato molto margine di negoziazione e si trova ad accettare le condizioni di impiego proposte dal datore di lavoro. Tutto dipende, però, dalla professionalità del lavoratore.

Ci sono dei lavoratori che possiedono delle skills particolarmente ricercate nel mercato del lavoro e che possono, quindi, contrattare alla pari le condizioni di assunzione, esigendo che venga loro accordato un importante incremento della paga base, tramite un superminimo non assorbibile.

Invece, per chi svolge lavori maggiormente esecutivi e meno specializzati, la lettera di assunzione prevede quasi sempre che il trattamento economico equivalga alla paga base prevista dal Ccnl per quel determinato livello di inquadramento. In questo caso, per poter vedere un leggero aumento in busta paga, occorre attendere che il Ccnl venga rinnovato oppure che vengano maturati gli scatti di anzianità.

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