Quando è possibile fare causa al datore di lavoro
I motivi per cui si può portare in tribunale il titolare dell’azienda e le alternative per risolvere i problemi senza finire davanti al giudice.
Nel mondo del lavoro, come nei rapporti sociali, vige il solito principio: «Patti chiari, amicizia lunga». Se, però, i patti vengono meno o l’amicizia finisce, se la fiducia non c’è più per un pesante sgarro o per un atteggiamento perennemente ostile, nel mondo del lavoro, come nei rapporti sociali, si taglia la corda. In più, se la situazione comporta un danno economico o psicofisico, ci possono essere gli estremi per rivolgersi a un tribunale e chiedere i danni. Nel caso in cui questo accada in azienda, quando è possibile fare causa al datore di lavoro?
I classici esempi sono quelli che riguardano il licenziamento illegittimo, il mancato pagamento dello stipendio, il demansionamento. Ma ci sono altri casi più sibillini, delle tattiche più sottili che portano ad uno stress fisico e psicologico del dipendente. Si pensi a chi si sente dare ogni giorno dell’inadatto perché non ha un aspetto fisico come quello di tanti altri colleghi, perché veste in modo alternativo. Oppure a chi si vede rovinare puntualmente le ferie o le feste di famiglia con una qualsiasi scusa che lo fa sentire in colpa, o a chi gli viene detto che non lavora mai abbastanza. Insomma, i motivi che fanno venire voglia di agire davanti al giudice non mancano. Ma, effettivamente,
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Fare causa al datore per licenziamento illegittimo
Uno dei motivi più diffusi per cui si fa causa al datore di lavoro è il licenziamento illegittimo. Il dipendente agisce davanti al tribunale del lavoro perché si è visto cacciare via senza apparente giustificazione.
Ad esempio, il provvedimento espulsivo è illegittimo quando:
- avviene per ragioni discriminatorie (la dipendente allontanata perché incinta o perché di una determinata fede religiosa, ecc.);
- non esiste l’illecito disciplinare contestato o non è sufficientemente grave da giustificare il licenziamento;
- il datore opera una riorganizzazione aziendale fittizia, poiché mentre licenzia dei dipendenti ne assume altri, magari a stipendio più basso;
- non sussistono delle ragioni tecniche, organizzative e produttive tali da determinare l’esigenza di eliminare dei posti di lavoro;
- il licenziamento avviene in forma orale;
- non viene data al lavoratore la possibilità di difendersi di fronte ad un licenziamento disciplinare.
In tutti questi casi ed in altri ancora che puoi trovare nell’articolo
Il dipendente, in questo caso, non dovrà andare direttamente in tribunale ma dovrà passare prima dalla Direzione territoriale del lavoro (accompagnato da un rappresentante sindacale o da un avvocato) per un tentativo di conciliazione. In sostanza, si cercherà un accordo con l’azienda, in mancanza del quale non resterà che rivolgersi al giudice del lavoro e, quindi, avviare la causa vera e propria. Ci saranno, al massimo, quattro passaggi:
- il primo grado, in cui il magistrato a cui viene assegnata la causa si pronuncerà con una prima ordinanza. Se il lavoratore vince in questa prima fase e l’azienda viene condannata al pagamento di un indennizzo e al reintegro sul posto di lavoro, il dipendente può già pretendere che l’ordinanza venga eseguita;
- la fase di opposizione alla prima ordinanza: le parti tornano davanti allo stesso giudice affinché confermi o riveda la sua precedente decisione in base ad eventuali nuove prove;
- il secondo grado in Corte d’appello;
- il ricorso in Cassazione, dove ci sarà la pronuncia definitiva e inappellabile.
Fare causa al datore per mancato pagamento dello stipendio
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Come quando si verifica il licenziamento illegittimo, però, prima di arrivare dal giudice è necessario rivolgersi alla
Attenzione, però: presso la Dtl è possibile fare un tentativo di conciliazione monocratica che, a differenza di quella «tradizionale», comporta l’avvio di un’ispezione in azienda per verificare il corretto comportamento del datore di lavoro. Nel caso in cui emergessero delle irregolarità, potrebbero scattare delle sanzioni.
Tuttavia, tra il tentativo di conciliazione e la causa vera e propria, il dipendente può rivolgersi a un legale affinché faccia partire una diffida di pagamento, cioè una formale richiesta all’azienda di pagare i soldi arretrati entro una determinata data. Superato il termine, allora sì che resterebbe solo la causa.
Fare causa al datore di lavoro per mobbing
Altro motivo per cui è possibile fare causa al datore di lavoro è il mobbing. Più diffuso di quel che si possa immaginare, il mobbing consiste in una serie di comportamenti ostili reiterati e prolungati ai danni del dipendente, in grado di provocargli anche dei problemi di salute, non solo professionali.
Per fare causa, occorre dimostrare non solo l’esistenza di quegli atteggiamenti ostili ma anche che essi siano, appunto, «
- siano molteplici;
- siano prolungati nel tempo, almeno per sei mesi;
- siano causa di una lesione della salute e della dignità del lavoratore.
Inoltre, c’è bisogno che ci sia:
- un rapporto causa-effetto tra il comportamento del datore e il danno subìto dal lavoratore;
- un intento persecutorio verso il dipendente.
Se si danno queste circostanze, la prima cosa da fare è una diffida tramite raccomandata a/r per denunciare il mobbing e per avvertire il datore che è possibile dimostrare il suo comportamento illegittimo davanti a un giudice e che si è determinati a chiedere un risarcimento. In alternativa, è possibile rivolgersi ad uno sportello anti-mobbing, come quelli istituiti dai Comuni o dai sindacati.
Se con la diffida non si ottiene il risultato atteso, il dipendente ha la possibilità di fare causa al datore di lavoro.
Fare causa al datore di lavoro per molestie
Chi rimane vittima di molestie sessuali sul lavoro non sempre si decide ad agire per vie legali, complice l’imbarazzo di dover affrontare un procedimento legato ad episodi spiacevoli. Tuttavia, sempre più spesso, si fanno largo le persone che hanno subìto questo tipo di comportamenti da parte di un superiore o dello stesso titolare dell’azienda e che decidono di fare causa al datore per molestie.
In casi del genere, occorre fare una denuncia e rivolgersi al tribunale ben sapendo che la legge tutela le vittime delle molestie e che queste non possono essere licenziate, demansionate, trasferite o penalizzate in alcun modo, a meno che abbiano agito in malafede riportando degli episodi inesistenti per vendetta o per dispetto nei confronti del capo.
Uno qualsiasi di questi provvedimenti, quando sono frutto di ritorsione per la denuncia fatta al datore di lavoro, è da ritenersi nullo: il lavoratore avrà diritto ad essere reinserito al suo posto. Sempre che, appunto, non abbia agito in malafede o raccontando il falso: in questo caso, una denuncia per calunnia o per diffamazione non gliela toglie nessuno.
Fare causa al datore di lavoro per infortunio
Se un dipendente si fa male in azienda, anche per colpa sua, non è detto che non sia possibile fare causa al datore di lavoro per l’infortunio. Diverse volte, la Cassazione ha stabilito le responsabilità di quest’ultimo anche quando il lavoratore rimane vittima di un incidente nello svolgimento delle sue attività.
Occorre ricordare che il proprietario dell’azienda è il responsabile della sicurezza e della tutela della salute di dipendenti e collaboratori ed è tenuto a garantire gli standard di legge in materia. Pertanto, quando accade un infortunio, il datore di lavoro ha la responsabilità civile, amministrativa e, se il caso, anche penale.
Come accennato, la responsabilità del datore di lavoro può scattare anche quando l’infortunio avviene per colpa del dipendente, per una sua negligenza o disattenzione o per l’uso erroneo di uno strumento di lavoro: il titolare, infatti, non solo deve mettere a disposizione gli strumenti necessari ad evitare incidenti ma è tenuto anche a controllare che vengano rispettati e che, ad esempio, i macchinari vengano utilizzati nel modo corretto. Insomma, non basta dire: «Ho adottato tutte le misure di sicurezza». Occorre anche essere certi che queste misure vengano tenute scrupolosamente in considerazione. Il dipendente, eventualmente, sarà responsabile di non avere intenzionalmente seguito le indicazioni che gli sono state impartite.
Per fare causa al datore di lavoro per infortunio, bisogna:
- informare il titolare o il responsabile della sicurezza di quanto accaduto;
- rivolgersi al medico aziendale o a quello del pronto soccorso oppure al medico curante per avere una diagnosi ed il relativo certificato in duplice copia, una per il datore e una per il lavoratore;
- avviare un procedimento penale, in caso di danno subìto, per chiedere un risarcimento. Possono agire sia il dipendente sia i suoi familiari, nel caso in cui il primo non sia in grado di farlo. Il datore può rischiare una condanna per lesioni gravi o gravissime o per omicidio colposo in caso di decesso del lavoratore.
Spetta sempre al datore di lavoro l’onere di provare l’adozione delle misure di sicurezza nell’esercizio dell’attività di impresa per la tutela dell’integrità psicofisica dei dipendenti e collaboratori.