Quando la domanda processuale si considera abbandonata?
Può ritenersi abbandonata una domanda non riproposta in sede di precisazione delle conclusioni?
Quando si inizia una causa occorre sempre indicare al giudice le proprie richieste, unitamente alle ragioni poste a sostegno. Ad esempio, chi intende ottenere il rilascio dell’immobile occupato abusivamente deve espressamente chiedere al giudice che al convenuto venga ordinato di lasciare l’abitazione e di pagare una somma corrispondente al risarcimento del danno. Poiché i procedimenti sono molto lunghi e nelle more le situazioni che hanno spinto ad agire in giudizio possono mutare, potrebbe sorgere la necessità di modificare le proprie richieste. In questo contesto si pone il seguente quesito:
Riprendendo l’esempio fatto in apertura, ipotizziamo che nelle more del giudizio l’occupante abbia spontaneamente lasciato l’immobile: in un caso del genere non avrebbe senso chiedere al giudice il rilascio dello stesso, atteso che esso è già rientrato nella disponibilità del legittimo titolare. In un’ipotesi del genere, come abbandonare la domanda inizialmente avanzata al giudice? Scopriamolo.
Indice
Perché rinunciare alla domanda processuale?
Chi intraprende una causa chiedendo qualcosa che non si scopre non essergli dovuto può sempre fare
Come si abbandona la domanda giudiziale?
Come ricordato, c’è sempre la possibilità, per ciascuna delle parti in causa, di rinunciare all’interezza o a parte della propria domanda giudiziale.
Il che, di norma, avviene spesso dopo l’istruttoria, quando, all’esito delle prove acquisite al processo, ci si accorge di aver “spinto” oltre il dovuto o di non essere riusciti a dimostrare la propria pretesa.
Ma per potersi ritenere definitivamente
Secondo i giudici, l’aver omesso la domanda nelle proprie precisazioni delle conclusioni costituisce solo una semplice “presunzione” di abbandono.
Ma potrebbe esserci bisogno di un comportamento più inequivoco per la conferma di tale volontà, onde scongiurare il rischio di una diversa interpretazione del giudice.
Secondo la Suprema Corte, è necessario accertare se, dalla valutazione complessiva della condotta processuale tenuta dalla parte o dalla stretta connessione della domanda non riproposta con quelle esplicitamente reiterate, emerge una volontà inequivoca di insistere sulla domanda non riformulata.
Insomma: il giudice deve valutare il comportamento generale dell’avvocato tenuto durante il processo e verificare se l’omissione della richiesta nella precisazione delle conclusioni sia frutto di una semplice dimenticanza o non, invece, di una esplicita volontà.