Il datore può vietare orecchini, tatuaggi e piercing?

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Autore: Angelo Greco

10 luglio 2024

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

Dress code sul lavoro: cosa dice la legge? Cosa può vietare il datore di lavoro?

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Il costume sociale si evolve, ma non tutti sono disposti ad accettarlo. Così, da sempre, il divario tra le abitudini dei giovani e quelle delle persone più anziane è sempre stato la principale causa di conflitto generazionale. Anche nel luogo di lavoro si possono consumare tali frizioni e, probabilmente, la più ricorrente è quella che riguarda il cosiddetto dress code. Una domanda frequente è se il datore di lavoro può vietare orecchini, tatuaggi e piercing ai dipendenti. Si può licenziare un lavoratore che, un bel giorno, si presenti sul posto con un bel buco all’orecchio, sul naso o sulla lingua? O magari con un disegno, sul collo, di un teschio in inchiostro nero?

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A meno che non si parli del pubblico impiego, e in particolare delle forze dell’ordine, ove sono vietati tatuaggi vistosi, in parti del corpo visibili o che comunque denotino una personalità abnorme (si pensi alla tradizionale svastica), il settore privato è caratterizzato da maggiore libertà. Questo non significa tuttavia autonomia decisionale. L’ultima parola spetta sempre al datore che potrebbe imporre determinate condizioni, a patto che non si risolvano in una forma di discriminazione.

Dunque, il regolamento aziendale può ben prevedere dei limiti all’uso di piercing, orecchini e tatuaggi. Il divieto deve però essere messo a conoscenza dei dipendenti prima dell’assunzione e non può essere invece introdotto in un momento successivo, magari come motivo per licenziare chi già fa uso di tali “fregi”. Non sarebbe un

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una giusta causa di licenziamento il fatto che il lavoratore abbia un tatuaggio che, al momento dell’assunzione, non gli era stato chiesto di coprire.

Leggi anche: Tatuaggi sul lavoro: motivo di non idoneità.

Inoltre, ogni eventuale divieto di “costume” all’interno del luogo di lavoro deve essere formalizzato già con il contratto di lavoro o con il regolamento aziendale ben visibile e conoscibile dal dipendente. Non potrebbe quindi essere adottato con un successivo ordine di servizio, tanto più se indirizzato a uno specifico dipendente e non a tutti.

Insomma, le carte devono essere messe sul banco sin dal momento della stipula del contratto. Allo stesso modo, il lavoratore che sia al corrente di un limite imposto dal regolamento, deve comunicarlo al datore all’atto dell’assunzione.

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Al datore viene poi lasciata ampia discrezionalità di scelta su cosa ammettere e cosa no. Ad esempio, ben potrebbe l’azienda ritenere ammissibili i tatuaggi e non anche gli orecchini o viceversa. Come anticipato, il datore di lavoro ha piena discrezionalità a patto che ciò non diventi un modo per discriminare una categoria. Sarebbe infatti illegittimo vietare gli orecchini anche alle donne, laddove una previsione del genere si risolverebbe in una discriminazione di genere vietata dal codice delle pari opportunità.

Anche con riferimento all’abbigliamento, il datore può imporre un dress code, vietando determinati abiti (ad esempio jeans strappati o camicie troppo scollate, minigonne o magliette con scritte di natura politica).

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